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          Ceramica e vetro

Caltagirone, Chiosco

della Villa comunale

Caltagirone, la Scala di

Santa Maria del Monte.

'U conza piatti,

in terra cotta

Cratere a calice a figure rosse (V sec.a.C.)

 

    Ceramica. Premessa

L'arte della ceramica si riferisce alla fabbricazione di prodotti composti di terra, foggiati a mano o meccanicamente, e cotti ad alte temperature (tra 800 e 1000 °C). La parola è derivata dal nome greco dell'argilla ed è passata nelle lingue moderne nel senso in cui i Latini adoperavano fictilis, cioè per indicare ogni oggetto fatto di argilla. Secondo tale accezione originaria, conservata in molte lingue moderne, la ceramica comprende il vasellame, le statue e statuette e gli elementi da costruzione. L'impasto tradizionale (argilla+acqua), sottoposto ad alte temperature, prende il nome di terracotta (biscotto).

La terracotta rivestita di smalto (miscela di metalli quali piombo, stagno e silice) prende il nome di maiolica.
Con l'aggiunta di una certa quantità di silice calcinata nell'impasto, invece, si dà vita alla terraglia.
La porcellana è ottenuta con l'impasto del caolino, un'argilla bianca e pura.

Aumentando la temperatura di cottura dell'argilla fino a produrne la vetrificazione, si ottiene il gres.

Nel territorio di Catania l'arte della lavorazione della ceramica assume una grande importanza, precisando che il maggiore numero di artigiani si concentra nel Comune di Caltagirone, che, data l'importanza storica e di tradizione, diventa punto di riferimento per le citazioni di seguito riportate. 

    Storia ed evoluzione della ceramica
La Sicilia costituisce un'importante testimonianza delle più conosciute produzioni di ceramica dell'umanità. In questa terra, culla della civiltà mediterranea, la ceramica compare per la prima volta nel VI millennio a.C. Dalle ceramiche dalle forme più semplici, che ne evidenziavano la pura funzionalità, si passa a quelle più finemente decorate e della migliore qualità, senza impurità, ben cotte in forni a doppia camera ad elevata potenza termica. Fra il III e il II millennio a.C. si stanzia in Sicilia il popolo del Bicchiere Campaniforme (di origine centro-europea), che fuse le proprie conoscenze tecniche con quelle indigene. È proprio in quest'epoca, corrispondente all'età del bronzo siciliana, che si forma la civiltà del Castelluccio (vicino Noto) con connotazioni spiccatamente orientali: nero su fondo rosso o giallo. È la chiave d'apertura ai capolavori della ceramica greca. Proprio nel quartiere dei vasai di Atene, detto appunto Ceramico, intorno al 520 a.c. la tecnica di produzione della ceramica attica a figure rosse, prende il posto della ceramica attica a figure nere, incise e dipinte a vernice nera. L'assoluta novità sta nella sottigliezza delle linee che venivano tracciate con pennelli sottilissimi.
I Greci si insediano in Sicilia nell'VIII secolo a.C., portando una ventata di novità e raffinando le tecniche fino ad allora utilizzate in Sicilia.

Fu il successo politico di Atene, nel V secolo a.C., a segnare l'arte della ceramica come espressione di un periodo storico-politico ben preciso e della civiltà greca. Ed è proprio in questo periodo che nascono le scuole di ceramica in Sicilia, le migliori del Mediterraneo fino a tutto il IV secolo a.C. L'esempio più significativo della produzione ceramica locale che testimonia gli stretti legami con la cultura greca è il cratere a figure rosse risalente al V secolo a.C., conservato presso il Museo della Ceramica di Caltagirone, in cui è rappresentata la scena di un vasaio che, assistito dalla dea Athena, lavora alla tornitura di un phitos.

Nel secolo successivo sale in auge la ceramica di Lipari, sino all'arrivo dei Romani, favorendo la produzione di ceramica a rilievo, di produzione quasi industriale. Ad influenzare i manufatti siciliani dal I secolo d.C. saranno le produzioni africane che apriranno il passaggio agli Arabi nell'827.
Furono gli arabi ad introdurre la tecnica dell'invetriatura del vasellame che da Caltagirone si diffuse prima in Sicilia e poi nel resto d'Italia. Sono infatti calatine e siciliane le più antiche protomaioliche italiane e di esse splendidi esempi sono conservati nel Museo della Ceramica di Caltagirone ed in quello archeologico di Gela. L'originalità dell'arte ceramica calatina che non aveva mai smesso di primeggiare fra le diverse fabbriche isolane, fu particolarmente apprezzata dai regnanti normanni che ne incoraggiarono lo sviluppo. Già a partire dal XIV secolo gli artigiani calatini godono di una meritata fama in tutta l'area del Mediterraneo che accompagnerà lo sviluppo delle locali botteghe e favorirà la penetrazione della loro produzione nei mercati dell'epoca. Ciò grazie anche al privilegio concesso da Alfonso d'Aragona che nel 1432 consentì il commercio delle ceramiche di Caltagirone in tutte le città demaniali del Regno con l'esenzione del pagamento dei dazi doganali. Gli artigiani di Caltagirone, che già godevano della possibilità di trarre da vaste cave d'argilla la materia prima del loro lavoro e dal vicino Bosco di Santo Pietro la legna per ardere le proprie fornaci, poterono così affermarsi come i più importanti e qualificati produttori isolani di ceramiche. I decori sembrano richiamarsi alla fastosa arte del tessuto e del ricamo siciliano e a quelli del luminoso paesaggio isolano, utilizzando i colori, dapprima il manganese, poi il verde di ramina, il giallo arancio e il blu cobalto.

Già in quel periodo i pavimenti furono una delle tipologie che affermarono Caltagirone quale centro più importante della produzione ceramica in Sicilia. In tale campo, fra i più felici della capacità creativa degli artigiani, si sperimentò un fertile connubio fra la progettazione degli architetti, che ne erano anche i committenti, e gli artigiani che vi trasferivano la ricca policromia della produzione dei vasi, per arricchire i saloni dei palazzi dell'aristocrazia e le navate delle chiese.
Il Settecento segna il periodo di maggiore sviluppo e diffusione della ceramica di Caltagirone, fino ad identificarsi quasi con essa. Il terribile terremoto del 1693 che seminò il lutto nell'intero Val di Noto, distrusse chiese e sbriciolò palazzi, e con essi il vasellame e le vettovaglie. Il terribile evento non piegò la città che anzi trovò la forza per ricostruire il suo patrimonio monumentale e la sua dotazione di arredi. Furono chiamati i più importanti architetti del Regno che disegnarono il volto barocco della città che ancora oggi è possibile ammirare e per il quale si sperimentò l'inedito rapporto fra la ceramica e l'architettura di cui costituiscono significativi esempi la facciata della chiesa di S. Pietro, il balcone Ventimiglia, l'ingresso del Museo della Ceramica e, in tempi più recenti, la scalinata di Santa Maria del Monte ed il Cimitero Monumentale, opera architettonica neogotica che ospita al suo interno eleganti cappelle gentilizie rivestite in terracotta. Ciò che caratterizza ancora oggi la ceramica calatina è la decorazione applicata a numerosi oggetti, ricchi di fantasia, estrosi, eleganti, funzionali all'uso domestico.
Candelieri, vasi, lucerne, calamai, formelle per dolci, sono solo alcuni esempi di come si sia sbizzarrita la capacità creativa degli artigiani di Caltagirone. Nelle loro cento e più botteghe l'argilla viene plasmata anche per la creazione di eleganti sculture che rappresentano personaggi e scene della vita quotidiana. Queste stesse figurine, ambientate in scenari scabri e rocciosi, tipici della campagna siciliana, animano la rappresentazione della Natività di Gesù. I Presepi di Caltagirone non si rifanno ad un contesto sfarzoso, come in quelli napoletani, ma raffigurano con grande semplicità ed una minuziosa cura dei particolari scene di vita popolare. In maiolica policroma o in semplice terracotta, di gusto tradizionale o in stile contemporaneo, i presepi di Caltagirone sono segno, ad un tempo, della profonda religiosità popolare e della sapienza artigianale di questa città. A questa tradizione ogni anno, a Natale, è dedicata una mostra che raccoglie la migliore produzione contemporanea.

Un'altra rassegna, a Pasqua, è dedicata ad una tradizione che lega Caltagirone a lontani paesi e culture diverse: i fischietti in terracotta. Giocattoli di creta, plasmati in un'incredibile molteplicità di soggetti dalle tante valenze magiche ed allegoriche, i fischietti nel periodo della loro massima diffusione erano considerati giocattoli poveri e di scarsa importanza, modesti oggetti di argilla grezza o vistosamente colorata, trascurabili e senza alcuna pretesa artistica, oggetti da regalare ai bambini all'approssimarsi della primavera. Oggi sono ricercatissimi oggetti da collezione e, spesso, stupefacenti esempi di una produzione di alto livello artistico ed originalità espressiva.

   La preparazione dell'impasto.

L'argilla (roccia sedimentaria costituita in prevalenza da silicati di alluminio idrati), prelevata dalla cava, viene trasportata nell'azienda e viene sistemata in un'apposita aia dove subirà una stagionatura di circa un anno durante il quale le sostanze organiche ancora presenti possano trasformarsi a seguito del processo di ossigenazione favorito dal susseguirsi degli agenti atmosferici. Dopo la stagionatura viene prelevata e portata in un grosso scioglitore o turbodissolutore dove verrà sciolta con acqua che ha il compito di effettuare il lavaggio dell'argilla e la dispersione dei sali solubili. Dopo la scioglitura l'impasto liquido di argilla viene fatto passare in un apposito setaccio vibrante che ha lo scopo di trattenere le impurità presenti nell'argilla e le particelle più grossolane. Le argille setacciate vengono convogliate in una fossa di contenimento dove un agitatore lento le mantiene costantemente in sospensione evitando il depositarsi sul fondo. Dalla vasca di contenimento, mediante una pompa a membrana viene condotta e compressa in una filtropressa costituita da un insieme di piastre rivestite da teli filtranti che permetto la separazione dell'acqua dall'argilla ed il rassodamento della stessa. Dopo un tempo di 6/8 ore, l'argilla viene tratta fuori dai dischi e portata all'impastatrice-degassatrice, per essere omogeneizzata e privata dell'aria.

    La foggiatura.

Dalla bocca di uscita delle impastatrici degassatrici, l'argilla viene portata alle varie lavorazioni che possono essere eseguite manualmente o mediante l'aiuto di macchine per la foggiatura mediante stampaggio. 

Foggiatura manuale: viene utilizzata per la foggiatura di vasellame o di oggettistica tonda. Sul tornio, con il solo aiuto delle mani, l'artigiano riesce a conferire all'argilla la forma desiderata.

Foggiatura per pressatura: per la realizzazione di oggetti dei quali occorre riprodurre celermente un gran numero di pezzi. Apposite presse idrauliche sulle quali viene montato un apposito stampo, consentono la tecnica di foggiatura per stampaggio.
Foggiatura per colaggio: in questo caso si adottano argille caoliniche di colorazione biancastra le quali vengono sciolte in acqua insieme ad un fluidificante quale il silicato di sodio e, la barbottina così ottenuta, viene colata in appositi stampi dove staziona per circa un'ora, al trascorrere della quale lo stampo viene svuotato e quindi aperto allo scopo di togliere e rifinire l'oggetto formatosi attorno alle pareti interne dello stampo.
    

   L'essiccazione e prima cottura

Gli oggetti foggiati (prodotti crudi), già relativamente rassodati, debbono subire un tempo di essiccazione necessario all'evaporazione dell'acqua residua contenuta nell'argilla. Tale operazione può essere naturale o forzata (con essiccatori).

I manufatti essiccati vengono posti in un forno, che può essere alimentato elettricamente o a gas, per una prima cottura, portando gli oggetti, per circa 12 ore, ad una temperatura intorno a 1000 gradi centigradi ed al successivo graduale raffreddamento che avviene naturalmente per dissipazione del calore o forzatamente in circa 24/48 ore, secondo le dimensioni degli oggetti e la massa che è stata posta in cottura.

   Il rivestimento

A parte il rivestimento alcalino impiegato dai ceramisti dell'antichità e l'ingobbio terroso, formato da un vello bianco di terra (di Siena o di Vicenza) da applicarsi sul verde e richiedente a sua volta un secondo involucro impermeabile (bianchetto). Gli altri rivestimenti si possono ridurre a due tipi: le vernici e gli smalti. Le prime sono trasparenti e di esse quella a base di piombo (vernice piombifera) si suole dire anche vetrina o cristallina ed è propria delle paste tenere perché fonde a temperatura relativamente bassa; quelle boraciche e feldspatiche si dicono piuttosto coperta e sono più proprie delle porcellane, perché fondenti a una temperatura più alta. Degli smalti, più noto e comunemente usato è quello bianco, brillante, opacificato dall'ossido di stagno, che forma il classico rivestimento della maiolica. Ambedue queste specie si possono tingere con colori vetrificabili, dovuti a ossidi metallici, i quali, uniti ai necessari fondenti, secondo la temperatura e l'atmosfera del forno (ossidante o riducente), si comportano in modo diverso e danno quindi diverso effetto.
La smaltatura può essere effettuata mediante aerografo in un'apposita cabina.

   La pittura o decorazione.

Anche la pittura o l'ornato a colore è, nella maggior parte dei casi, dato da colori vetrificabili dovuti a ossidi metallici. Secondo la temperatura che devono subire, i colori si dicono a piccolo fuoco o a fuoco di muffola (da applicarsi soltanto sui rivestimenti: circa 600°) e a gran fuoco (da applicarsi sotto e dentro i rivestimenti da 900° a 970° e oltre).

Il termine di invetriatura, generalmente, indica i rivestimenti a smalti colorati (tipo della Robbia: quindi terrecotte invetriate). Il rivestimento terroso (ingobbio, bianchetto, mezzamaiolica) richiede un successivo involucro metallico per dare impermeabilità all'oggetto.

Nell'artigianato ceramico la decorazione viene effettuata a mano da valenti decoratori capaci di esprimere sulla superficie dello smalto dei decori applicati con adeguati pennelli in modo da rivestire l'oggetto con decori di senso compiuto. A tale scopo si utilizzano dei colori ceramici costituiti da ossidi minerali o metallici misti a fondenti nella giusta quantità rapportata alla temperatura della seconda cottura. La maggiore o minore armonizzazione tra il decoro applicato, l'uso del colore e la forma dell'oggetto costituiranno poi gli elementi di valutazione qualitativa dei manufatti.

Dopo la decorazione l'oggetto viene posto nuovamente in forno per essere sottoposto ad una seconda cottura che in 8/10 ore porterà gli oggetti alla temperatura di 920/950 gradi centigradi con un tempo di raffreddamento ulteriore di circa 18/24 ore.

La decorazione a terzo fuoco è effettuata allorquando si aggiungono decorazioni con metalli che non resistono alle alte temperature, perciò la maiolica viene ricoperta di colori in una fase successiva alla cottura e viene rimessa per la terza volta nel forno a temperatura più bassa.

   I prodotti

La classificazione dei prodotti ceramici risulta piuttosto complessa in quanto si può basare sul tipo di pasta (colorata, bianca, porosa, compatta, ecc.) tipo di rivestimento (alcalino, silicio, terroso, ecc.), tipo ceramico (terracotta, t. verniciata, gres, porcellana); comunque la terminologia resta incerta. 

Tralasciando gli aspetti squisitamente tecnici, si intende fare una classificazione basata principalmente sulle forma dei principali prodotti, fornendo per ciascuna tipologia delle immagini esemplificative:

- accessori           

- acquasantiere     

- anfore               

- brocche e quartare

- candelabri          

- centro tavola      

- contenitori         

- fioriere              

- giare

- lumi                

- lumiere              

- mattonelle         

- oggetti vari        

- orologi               

- piatti ornamentali

- porta ombrelli     

- porta vasi          

- portadolci          

- posacenere        

- poutiche            

- presepi              

- quadri               

- scatoline            

- sculture e statuine

- set da cucina      

- teste porta vaso 

- vasi

 

 

Oggi sono ricercatissimi oggetti da collezione e, spesso, stupefacenti esempi di una produzione di alto livello artistico ed originalità espressiva.

A custodire la storia e a progettare il futuro della ceramica calatina operano in città due importanti istituzioni:

- IL MUSEO DELLA CERAMICA fondato agli inizi degli anni '50, raccoglie le più significative testimonianze dell'arte ceramica siciliana, dalla preistoria fino ai tempi recenti. Ubicato in una struttura architettonica Settecentesca, il Museo consente una approfondita conoscenza dell'arte della maiolica nella sua evoluzione storica ed espressiva.
- LA SCUOLA DI CERAMICA
nata per volontà di Don Luigi Sturzo che vi radunò i più autentici interpreti dell'antica tradizione artigiana ceramica, essa continua ancora oggi a formare gli abili artigiani che nelle loro botteghe danno vita   ad   oggetti   di incommensurabile bellezza, trasmettendo loro i segreti e la passione per un'arte antica, efficace testimone di una cultura millenaria.

 Nota: testo e immagini tratti in parte dai seguenti siti: www.ceramicadicaltagirone.it/, www.sikelia.com, http://ragusadoc.mediacamere.it/impresa-artigiana/artigianato/ceramica.asp,  http://cat.mag-news.it/nl/a.cfm?Ra.2.0.C5.A.A.A.A 

La tecnica raku

Con il termine raku si indica una particolare tecnica di produzione di ceramiche.
Tale tecnica, di antica origine giapponese, è stata introdotta alla fine del diciottesimo secolo nel mondo occidentale, dove ha subito delle profonde trasformazioni specie nelle modalità di cottura e di estrazione dei prodotti dal forno, per ottenere particolari effetti decorativi: riflessi metallici e cavillature (rete delle micro fessurazioni presenti sul rivestimento della ceramica).
I pezzi, fabbricati con argilla bianca refrattaria, dopo essere stati modellati e fatti asciugare, vengono messi in forno ad una temperatura di 950-1.000 °C. Dopo la cottura (prima) vengono decorati con ossidi o smalti e quindi messi in appositi forni a gas, ordinariamente cilindrici detti “a pozzetto” perché il carico e lo scarico dei pezzi avviene dall’alto, dalle seguenti caratteristiche medie: Diametro cm. 100 – 120, altezza cm. 80 – 100, con coperchio di chiusura ermetica e foro di ossidazione e di ispezione, costruito in acciaio inox con manici per il trasporto, foro di alimentazione del calore; isolamento della superficie interna con mattoni refrattari o con fibra ecologica, ripiano interno in materiale refrattario; bruciatore da 30 Kw gas propano, tubo di alimentazione, manometro per attacco alla bombola, termocoppia per visualizzare la temperatura. Durante la cottura raku, i pezzi raggiungono la temperatura di circa 980 °C e quindi divenuti incandescenti si procede all’estrazione.

Il forno viene aperto e gli oggetti vengono estratti con apposite pinze e immediatamente depositati in contenitori di metallo pieni di materiale combustibile (fogli di giornale, trucioli, segatura ecc.) che bruciando “soffoca” gli oggetti, provocando una forte riduzione. Il processo di riduzione può essere parziale o totale, in funzione del tipo di combustibile e dei tempi di contatto con l’aria (chiusura totale o parziale del contenitore).
I pezzi estratti dal contenitore vengono raffreddati con schizzi d’acqua e/o con ventilazione, e quindi con immersione in acqua.

Infine si procede alla pulizia con spugnette per eliminare i prodotti della combustione e per far emergere i colori dei metalli in tutta la loro iridescenza e brillantezza.

Tutte le operazioni dalla cottura al raffreddamento influiscono sul risultato finale, per cui ogni prodotto è unico, particolare e irripetibile.

  

 

Il vetro

La tecnica della lavorazione del vetro, anche se fortemente influenzata dalle regole della produzione moderna, si basa sulle abili mani di esperti artigiani.

Per arrivare alla produzione di piccoli gioielli, complementi di arredo, pezzi speciali, opere d'arte, tutti ricchi di luce e di colori, occorre seguire delle fasi di lavorazione complesse e delicate, passando dal taglio del vetro alla colorazione e alla trafilatura a piombo, per legare i vari pezzi tra loro.

Il materiale può essere sottoposto al trattamento di colorazione per modificarne i gradi di trasparenza, utilizzando la grisaglia, ossia un composto di ossido di ferro e rame, con aggiunta di un solvente. Il prodotto, dopo essere stato dipinto, viene sottoposto a cottura.

Le tecniche più importanti per rendere uniche le opere realizzate sono:

•  La Tiffany, che consiste nella creazione di un mosaico in vetro in cui ogni parte viene contornata da un sottile nastro di rame e unita alle altre da una saldatura a stagno.

•  La vetrofusione, che si basa sulla fusione a caldo di vetri di diverso colore;

•  La pittura a gran fuoco, che consiste nell'uso di smalti e grisaglie in polvere, veicolati con acqua distillata, grasso e alcol;

•  Il Dalles, che è un mosaico di mattonelle di vetro sagomate e scheggiate, tenute insieme da cemento o resina (particolarmente utilizzato per le vetrate artistiche delle chiese).

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