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                   I pupi siciliani

Per l'elaborazione della presente sezione sono stati visionati diversi siti internet e bibliografie varie, nonché interviste a vecchi pupari, collezionisti, cultori e appassionati d'ogni genere, a tutti un sentito ringraziamento. Il lavoro resta aperto ad ogni possibile precisazione e integrazione che l'utenza vorrà segnalare.

 

 

I PUPI

 

Pupo (dal latino pupus = bambinello) è la caratteristica marionetta armata di quel teatro epico popolare che, venuto probabilmente dalla Spagna di Don Chisciotte, operò a Napoli, a Bari e a Roma, ma sopratutto, dalla prima metà dell’Ottocento, in Sicilia, dove ha raggiunto il suo massimo sviluppo.

In poco tempo, grazie alla bravura e all'intuizione degli artigiani siciliani, i rudimentali pupi di legno e stoffa, cartone e stagnola, fanno un salto di qualità.

Dapprima i fili di spago (necessari per animare dall’alto le marionette) vengono sostituiti con due aste di ferro: una passante per la testa si aggancia al busto per combattere, dare battaglia e colpire, e l’altra attaccata alla mano destra per compiere azioni più precise come abbracciare una dama, battersi il petto o la fronte con il pugno, abbassare la visiera dell'elmo. Gli stessi ferri consentono al pupo la mobilità con una andatura ritmica (movimento pendolare). Resta un filo di spago per i movimenti del braccio sinistro, spesso dotato di scudo. 

Nel tempo il pupo si cominciò a ricoprire con armature di metallo lavorato arricchite da cesellature, sbalzi e arabeschi e gli accorgimenti tecnici si fecero sempre più ricercati.

 

 

 Furono cuciti vestiti, mantelli e gonnelline con stoffe sempre più belle e preziose. In Sicilia, il teatro delle marionette assume una caratterizzazione unica, sia per i contenuti sia per la tecnica, che prende il nome di “l'opra dei pupi”. Il repertorio, generalmente in dialetto siciliano, si rifà prevalentemente alle vicende di Orlando e dei paladini di Francia.

I pupi sono espressione “splendente” di quello spirito epico, eroico e cavalleresco, che dalla Chanson de geste medievale ai grandi poemi del Boiardo e dell’Ariosto, a tutta una tradizione letteraria, musicale, figurativa, e in particolare teatral popolare, segna lo sviluppo di un’educazione sentimentale e di una visione etica e poetica del mondo. I pupi ci aiutano a capire il Gran Teatro del Mondo, dove fin dalla nascita si è “agiti”, giusta l’idea pirandelliana secondo la quale “siamo tutti pupi” (marionette, burattini, maschere, ombre).

Per secoli i pupi siciliani, abilmente animati da generazioni di pupari, hanno costituito l'unica fonte di istruzione e una delle poche occasioni di svago e di divertimento per le classi più umili, per il popolo poco istruito (analfabeta), in seguito apprezzate anche dalla borghesia.

Il buon puparo, per ottenere tutto ciò, deve essere in grado di trasmettere delle emozioni attraverso il parlato ('u parrari de pupi), la figura e i gesti del pupo, le scene di ambientazione, luci, rumori e musiche.

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         L’opera dei pupi

   

L'Opera dei pupi (in dialetto catanese opira dé pupi oppure opr'e pupi) storicamente nasce come rappresentazione degli scontri medievali tra i Cavalieri e i Mori, nella forma in cui la conosciamo oggi, attorno alla prima metà del 1800, quando le marionette cavalleresche, dalle quali i pupi derivano incontrarono il favore del pubblico e iniziarono ad interpretare i sentimenti e le aspirazioni di giustizia di una classe sociale.  

La diffusione di tale forma di espressione artistica, fu favorita principalmente dai "Cantastorie" e dai "Cuntastorie", spesso analfabeti. L'uno, artista-girovago, tratta il tema epico (storie e leggende scritte) nonché scene e avvenimenti della vita quotidiana attraverso il canto; mentre il cuntastorie con “u cuntu” (racconto a puntate) tratta prevalentemente di argomenti epico cavalleresco attraverso la declamazione essendo un narratore che non utilizza alcuno strumento musicale, ma usa modulare la voce con una tecnica tutta particolare, assumendo appropriate posizioni del corpo (postura) e mettendo in movimento le varie parti del corpo (piedi, gambe, braccia, testa, occhi).

L’orbu, cantastorie – suonatore cieco, nel tempo perde sempre più la sua importanza per i racconti, e finendo col cantare solamente tradizionali orazioni o novene, al solo scopo di avere un minimo di guadagno.

Nella seconda metà dell'800, i marionettisti girovaghi rafforzano il carattere professionale del loro lavoro, perfezionando le tecniche di espressione allo scopo di richiamare un pubblico sempre più vasto. 

Da allora, la disponibilità degli artigiani a realizzare un pupo più elaborato e il confluire nell'opra della tradizione epico - cavalleresca, costituiscono i due poli di un rilancio in maniera più articolata del fenomeno. Nell'Opra dei Pupi si ha la trasmissione di alti codici di comportamento dalle antiche origini che hanno interessato il popolo siciliano, codici come la cavalleria, il senso dell'onore, la lotta per la giustizia e la fede, gli intrecci amorosi e la brama di primeggiare. La famiglia è nozione costitutiva dell’identità dell’eroe.

L’opra porta con sé l’eterno contrasto tra bene-logos e male-caos.

Un grande apporto allo sviluppo dell’opera dei pupi è stato dato da Giusto Lo Dico, maestro elementare, che realizzò nel 1858 un’opera in quattro volumi del titolo Storia dei Paladini di Francia.

L’opera, considerata ancora oggi la “Bibbia dei pupari”, fondamentalmente è una complessa sintesi di numerosi poemi epici e di gran parte delle storie cavalleresche che facevano parte della tradizione orale dei cuntastorie. La “Storia”, che inizia con la nascita e le primissime gesta di Carlo Magno e termina con la disfatta di Roncisvalle, narra le complicate e tortuose vicende di Orlando, Rinaldo, Angelica, Ruggiero, Gano, ecc. che costituiscono il copione base della più nota, amata e caratteristica rappresentazione dell'Opera dei pupi siciliani. In particolare racconta della dolorosa sconfitta di Roncisvalle, in cui persero la vita, vittime di un’imboscata, le più valorose “spade” cristiane, tra cui il prode Orlando, Astolfo e il saggio Oliviero.

Spesso la recitazione dei maestri pupari era a soggetto, seguendo gli appunti trascritti sui canovacci (“copioni”) a supporto della trama in rappresentazione.

Le storie e i fatti erano messe in scena in diverse serate, che in qualche caso arrivavano ad oltre cento rappresentazioni, ciò portava gli spettatori ad uscire dal loro guscio e a condividere il “sogno” con gli altri.

Lo spettacolo manteneva un'alta forma popolare grazie a particolari espressioni linguistiche che incontravano il favore del pubblico, coinvolgendolo nelle storie narrate, portando ad una sorta di identificazione tra spettatore ed eroe o portando alla nascita del senso di appartenenza ad un gruppo, una sorta di trasmissione dei saperi legata agli spettacoli ai quali si partecipava. Il pubblico, composto in prevalenza da ragazzi e uomini del ceto popolare, spesso interveniva non solo a parole (invettive), ma testimoniava le proprie antipatie nei confronti di alcuni personaggi poco graditi lanciando contro di essi oggetti vari e, comunque, attraverso i commenti dialettali che essi davano durante l'intervallo.

Nel breve volgere di pochi decenni l'espressione artistica dell'opra dei pupi ha perso gran parte del suo fasto a causa della concorrenza di altre forme culturali d'intrattenimento: dapprima il cinema (dopo il 1940) e poi la televisione (1960), unitamente al bum economico e ai nuovi modelli culturali e di svago proiettati al futuro, hanno determinato una vera e propria strage di pupari e di teatri.

Lo spettacolo (e il sogno) arrivò direttamente nelle case e il popolo Siciliano cominciò a guardare con sospetto alle proprie tradizioni che spesso richiamano un passato fatto di povertà. Il grosso problema era che un’arte fatta da artisti orali e fruita da grosse fette di analfabeti non lasciava dietro di sé molte tracce. La catena di sapere orale e quella “corporativa” del tramandare al figlio il mestiere del padre viene ad essere spezzata.

Solo intorno alla fine degli anni 70 che “etno-antropologi seri, invece di inseguire culture esotiche interrogano il loro recente passato e cercano di ricostruire (e sognare) quel mondo quasi perduto, dibattendo sull’importanza che i pupi avevano saputo dare all’arte e alla cultura del nostro territorio”.

Una grossa spinta per la rinascita dei pupi è costituita dalla domanda “turistica” di gente straniera che quando approda in Sicilia vuole vedere non solo il suo presente ma anche il suo passato, fino al punto che nell’immaginario collettivo passa l’equazione Pupi (e carretti) uguale Sicilia, testimoniata dalla notevole presenza di pupi-gadget in tutte le località a forte attrazione turistica.

L'Unesco nel 2001 ha dichiarato il Teatro dei pupi "Capolavoro del patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità", attribuendo così per la prima volta un simile riconoscimento non a statue, a monumenti o a siti storici, ma ad una tipica espressione della cultura popolare. In tal modo i pupi sono stati inseriti nel patrimonio mondiale degno di tutela per far sì che non scompaia uno dei più originali prodotti della tradizione siciliana, ma anche dell'artigianato isolano, che con passione e dedizione ha saputo trasformare questi pupazzi in vere e proprie opere d'arte.

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Struttura e costruzione del pupo.
La struttura di base del pupo è costituita da tre elementi fondamentali: legno, metallo e stoffa.
In legno: la testa (avvolte in terracotta), busto, gambe, braccia, avambracci e mani (la destra con pugno chiuso in modo da poter tenere la spada mentre l'altra è aperta per potervi legare lo scudo).
In metallo: giunti che uniscono le gambe al busto, giunti delle ginocchia (solo nei pupi Palermitani), l'asta che serve a sorreggere il pupo (parte integrante della testa) e che mediante un gancio si collega al busto, una seconda asta in metallo, regge la mano destra; tutto il repertorio ornamentale delle armature realizzate con materiali vari quali: rame, ottone e alpacca (una lega conosciuta anche come argentana, composta da rame al 50%, nichel al 20% e zinco al 30%), lavorate con la tecnica a sbalzo.
In stoffa: le parti che uniscono gli avambracci e le braccia al busto, la faroncina (gonnellino), i pantaloni alla zuava (
a sfuffu), il mantello, le calze lunghe a coscia.
Un’adeguata imbottitura del busto con paglia, sorretta con tela di iuta, dà al corpo rotondità e volume (impagliatura).
La scelta del disegno non è casuale, né viene affidata alla creatività dell’artigiano, ma fa preciso riferimento a canoni prestabiliti, utilizzati per individuare il personaggio e quindi realizzare il necessario abbigliamento, esempio i pantaloni alla zuava per i Pagani, la faroncina, calze lunghe a coscia e berretti schiacciati per i Paladini, una tunica, uno scudo solitamente rotondo, una lancia e un turbante per i Mori.
Il pupo, spesso realizzato dallo stesso puparo, nasceva dal concorso di falegnami, fabbri ferrai, pittori, ramaioli e sarti.
Il pupo catanese, alto un metro e venti circa, dal peso di oltre 30 kg., ha gli arti inferiori rigidi, gli scudi dei guerrieri sono quasi tutti rotondi, la spada è fissata alla mano destra, la visiera dell'elmo spesso non è mobile e gli schinieri coprono la parte anteriore della gamba. Le corazze sono decorate con l'aggiunta di piastre pendenti (brindoli). Gli addobbi e i vestimenti sono piuttosto raffinati. Nel movimento il pupo è rigido, non può inginocchiarsi ed ha una cadenza quasi irreale.

 

Armatura del pupo

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    Struttura della messinscena

  Il palcoscenico (struttura del teatrino dell’opera dei pupi) nel suo insieme era costituito da:

-          Le due quinte, in posizione diagonale rispetto al boccascena, decorate con drappeggi, che unitamente al frontone delimitano il boccascena. Dietro la quinta di destra sedevano i parlatori.

-          Le due quinte di copertura od ornamentali e le due quinte da combattimento;

-          Il piano di appoggio dei pupi (passiaturi de’ pupi);

-          Il sipario, tenda a movimento verticale raffigurante una battaglia e, spesso, il simbolo della compagnia;

-          I fondali, detti scene, venivano calati e arrotolati a mano dai manianti;

-          I cielini, in numero di due opportunamente colorate per dare il senso della prospettiva e per nascondere i manianti durante lo spettacolo.

-          Lo scannappoggio (ponte di manovra), posto a ridosso del fondale, composto da un praticabile (faddacca) alto 70-80 cm. da terra, sul quale i manovratori in piedi, reggono e maneggiano i pupi, appoggiandosi ad un traversone detto barruni, armato per tutta la sua lunghezza da un tubo in ferro ove si agganciano i pupi in scena.

-          Retropalco dotato di uno stangone in legno per la collocazione dei pupi da mandare in scena a cura dei pruituri che li porgevano ai manianti su indicazione del parlatore.

  Struttura della messinscena

  Il repertorio teatrale

Tra le principali tematiche trattate dall'Opra prevale la trattazione di soggetti cavallereschi. Le fonti principali per questo tema sono le Chansons de Geste e il romanzo arturiano.

Dalle Chansons de Geste deriva il Ciclo Carolingio che abbraccia un periodo storico che va dalla morte di Pipino il Breve a quella dell'Imperatore Carlo Magno.

In particolare il repertorio teatrale si rifà alla Storia dei paladini di Francia Opera scritta da Giusto Lo Dico, nella quale si narrano le innumerevoli battaglie tra cristiani e mori nella Spagna dell’VIII secolo.

Il termine Paladino, dal latino palatinus (del palazzo), si riferisce ai 12 Pari al servizio nell’esercito di Carlo Magno, che ricoprivano le cariche più alte dell’ordine militare e costituivano una sorta di guardia d’onore dell’Imperatore. I Paladini erano scelti personalmente da Carlo Magno e obbedivano solo al re, ciascuno dei Pari era un nobile, conte o duca, e doveva possedere particolari virtù: fede, lealtà, forza e sprezzo del periglio.

Nel vasto repertorio cavalleresco, l’episodio centrale e fondamentale del ciclo dei Paladini di Francia è quello della Rotta di Roncisvalle, tanto da essere stato paragonato alla Passione di Cristo, mentre i dodici Paladini, che reincarnano i dodici Apostoli, vengono traditi da Gano di Magonza (novello Giuda). Ciò ha portato Antonino Buttitta ad esprimere il seguente concetto: “Il teatro dei pupi non è più uno spettacolo comune che noi diamo a queste parole, ma una cerimonia liturgica, dove il pubblico ritrova e rimedita la propria concezione del mondo”.

Altre tematiche, che hanno avuto uno sviluppo semplicemente locale, riguardavano le vicende di Uzeta. Catania è la patria di questo particolare Pupo nato dal genio dei due eccellenti artisti Don Raffaele Trombetta e Sebastiano Zappalà. I due si ispirarono a Don Giovanni Francesco Paceco duca di Uzeta, viceré di Sicilia verso la fine del 1600.

Altro tema presente nell'Opra siciliana è quello banditesco. Molto spesso, nelle storie narrate dai Pupi, compare il ladrone, il cattivo di turno destinato in origine ad attirarsi le antipatie del pubblico e di esser rappresentato come un personaggio sporco, dalla faccia poco aggraziata ed atto solamente alle azioni più spregevoli come rapinare i malcapitati viandanti che malauguratamente incappano nella sua strada.

Vengono inoltre rappresentati episodi del Vangelo, vite di Santi e della Madonna, come pure le imprese di Garibaldi e storie di briganti. 

Una nota storica ci mette a conoscenza che nelle rappresentazioni dell’opera dei pupi e dei cuntastorie siciliani si riunivano i rivoluzionari,  che comunicavano con il popolo attraverso il "Paccaglio”, un linguaggio molto particolare che la polizia non conosceva e non comprendeva. Spesso si facevano anche delle allusioni, dei riferimenti a problemi e fatti politici, irridendo i potenti di turno. Per tale motivo il teatro dei pupi e il cuntu, in alcuni momenti storici, vennero considerati pericolosi in quanto stimolatori di atteggiamenti rivoluzionari e mafiosi.

Ciascuna rappresentazione veniva preannunciata da un "cartello" che riproduceva la scena principale della serata, con una sintetica descrizione del programma. Il commento musicale, quando c'era, era affidato a musicanti di mestiere (con un violino, un mandolino e/o una chitarra) che, su indicazione estemporanea del "parlatore", eseguivano dei brani, veloci o lenti, a seconda dell'azione scenica.

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    I personaggi più importanti

Il più celebre dei personaggi-pupi è Orlando Conte d'Anglante, cavaliere forte e leale, che è addobbato con un abito rosso, impugna la durlindana, caratteristica spada ricurva ed è protetto dallo scudo ed un elmo con un cimiero raffigurante un'aquila. Capitano dei paladini, noto anche per il suo strabismo, è il prototipo dell'uomo fedele e leale e che ha poca fortuna con le donne. Sposò Aldabella, sorella di Oliviero. Protagonista sempre vincente di numerosi combattimenti.

Nella Rotta di Ronsisvalle, Rolando, il nobile nipote di Carlo Magno, combatte contro i mori che sono in numero sovrastante e fa strage di nemici. Il suo valore non ha pari e neppure lo sfiora l’idea di suonare il suo Olifante (corno ricavato dalla zanna di elefante), che sarebbe stato sentito dallo zio e quindi si sarebbe salvato la vita. Così l’eroe si batte fino all’ultimo respiro; la sua spada, che racchiude nel suo manico le reliquie dei santi, fa il vuoto intorno a sé; i nemici cadono falcidiati dall’eroe. Solo quando si accorge di avere sbagliato suona il suo fido corno e “decide di lasciarsi morire” (nonostante che il suo corpo fosse invulnerabile), raccomandando la sua anima a Dio. Il Signore lo chiama a sé e manda gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele per accompagnarlo verso la Sua gloria.

 

Oltre Orlando vanno ricordati:

 

- Rinaldo di Montalbano, lo spirito ribelle che ebbe il coraggio di fuggire dal seminario, di dedicarsi alle avventure amorose con donne pagane (pur essendo sposato a Clarice), il simbolo dell'uomo scaltro. Molto amato dal pubblico per la sua generosità, più elegante del cugino Orlando, con abito verde e un cimiero raffigurante un leone. (Considerato dagli spettatori "u forti o 'u Tommi Mich" della situazione, paragonandolo a Tom Mix, eroe del cinema western muto).

- Angelica, il più famoso personaggio femminile dell'Opera dei Pupi, principessa pagana, venuta nelle Corti francesi per creare scompiglio, a causa della sua bellezza e del suo carattere intrigante e provocatorio, perfino Orlando e Rinaldo si sfidarono per amore suo; il suo matrimonio con Medoro è causa della pazzia di Orlando.

- Gano di Magonza, dopo la morte di Milone per mano dei Saraceni, ha sposato Berta, la madre di Orlando e sorella di Carlo Magno. Gano, appartenente al gruppo dei Magonzesi, il cattivo, il traditore per eccellenza del quale non ci si può certamente fidare, rappresentato sempre con un volto barbuto, claudicante nel camminare e dall'aspetto sgraziato, tanto da esaltare ancora di più la differenza tra bene e male. Pur essendo un paladino, rappresenta il peggior traditore dell’esercito dei Paladini. Però era astuto, tanto da essere considerato dal re un suddito fedele e un prode paladino, e quindi da accettare qualsiasi consiglio. Il suo nome è associato alla scorrettezza e ipocrisia (paragonato a Giuda). Riuscendo ad essere perfino invidioso del proprio figliastro Orlando, per i favori concessi dal Re Carlo. Appena era possibile cercava di rovinare o addirittura far morire i più valorosi paladini come Rinaldo, Ruggiero, Bradamante, Orlando. Tante volte tradì e cercò di distruggere il regno di Francia, finché un giorno ebbe l’occasione giusta, e con un vile e atroce inganno tradisce la propria patria, mettendosi d’accordo con il principe di Saragozza e svelando ai Saraceni il modo per cogliere di sorpresa a Roncisvalle la retroguardia franca di ritorno dalla Spagna. A capo di essa c’era Orlando, che esitò a suonare l'Olifante per chiedere soccorso, causando così la morte dei suoi compagni e propria. La retroguardia viene sconfitta, ma Gano avrà una punizione orribile per il suo tradimento: egli sarà squartato vivo e i suoi resti bruciati e sparsi al vento.

- Carlo Magno, l'imperatore di Francia da cui prende il nome il ciclo carolingio; figlio di Pipino il breve;

- Ferraù, figlio di Falsirone e Lanfusina, nipote di Marsilio re di Spagna ed è uno dei più forti e soprattutto più superbi tra i cavalieri saraceni di Spagna. Grazie ad un incantesimo egli è invulnerabile, tranne che nell'ombelico, infatti usa portare sulla pancia un'armatura spessa sette volte più del normale. Ucciso da Orlando al termine di una lunga disputa teologica e un duello di tre giorni fra i due, proprio dopo che avrebbe detto “Sono incantato nell’ombelico ma non te lo dico”. Ferraù prima di morire chiese il battesimo, che Orlando gli concederà, permettendo alla sua anima di andare in Paradiso.

- Agricane, un re della Mongolia ed imperatore della Cartaria, dopo numerosi combattimenti si scontra con Orlando. Il duello che dura due giorni, termina con la morte del re tartaro che, poco prima di morire si converte alla religione cristiana. Il suo corpo venne deposto in armi, come in un bel monumento funerario rinascimentale, presso la fontana dell'acqua con cui era stato battezzato.

- Ruggiero dall’Aquila Bianca, il conte guerriero, sposo di Bradamante; sgozzato nel sonno da Gano;

- Astolfo, dalla lingua lunga; ebbe molte avventure tra cui quella di recuperare il senno di Orlando, volando in Paradiso con l’Ippogrifo (cavallo alato), muore a Roncisvalle.

Ed ancora: le guerriere Marfisa e Bradamante (sorella di Rinaldo); la maga Alcina; Alda la Bella, sposa di Orlando; Erminio della Stella d'oro; Ricciardetto, Mandricardo, Fioravante, Rizzieri, Buovo d'Antona, Agollaccio, Uzeta il catanese, il re spagnolo Circasso Sacripante, il sultano Solimano, Gemma della fiamma, Clarice (fidanzata di Rinaldo), Pulicani (tipico pupo catanese dalla faccia di cane e corpo umano), Malagigi, Peppinninu (curiosa macchietta comica catanese, che manda in ridere l'atmosfera tragica ed è l'equivalente  del palermitano Nòfriu).

Per la visione di alcuni personaggi si rinvia alla Sezione Pupi siciliani dell'Album fotografico, dove le immagini segnate con (1) sono state tratte dal volume "Catania, la città, la provincia, le culture", Dafine Editrice, 2008.

  I pupari                                                                                                                                                                                                Torna indietro

Il Puparo è l'artista-artigiano, vero fulcro dell'Opra dei Pupi. Alle sue dipendenze lavorano almeno due aiutanti-apprendisti e richiedeva la collaborazione del fabbro-ferraio (per la realizzazione delle armature dei pupi), del pittore (per la realizzazione dei cartelloni e per la decorazione del teatro) e dello scrittore di dispense (da cui trarre i copioni). Spesso i componenti della famiglia aiutano il puparo nello svolgimento del suo "mestiere", che nel tempo si è dovuto fare carico anche di dette competenze.

Ogni puparo ha i suoi trucchi e tecniche sceniche ed il proprio repertorio spesso personalizzato del quale è molto geloso e che rivela il più tardi possibile ai suoi aiutanti, anche se appartenenti alla sua famiglia. Essere un bravo puparo non significa solo essere un bravo artigiano, ma anche esser un bravo attore visto che egli ha il compito di animare i pupi e di dar loro la voce.

Nel catanese il primo puparo fu Gaetano Crimi (1835), seguito dalla famiglia di Giovanni Grasso (figlio di Angelo), che nel 1870 fondò il primo teatro dei pupi ad, Acireale, dove ha lasciato un'impronta molto più profonda don Mariano Pennisi (1867 - 1934), detto "Nasca", il quale nel creare un teatro stabile trasmise la passione per i Pupi al figlio adottivo Emanuele Macrì (salvato dalle macerie del terremoto di Messina del 1908): attivo sulla scena, geniale nell'improvvisazione, Macrì riusciva a trasformare ogni rappresentazione in un avvenimento scenico degno della più completa ammirazione.

E ancora, nel catanese va ricordata la famiglia di Don Raffaele Trombetta e Sebastiano Zappalà e Pasqualino Amico, per la sua estrema abilità nel costruire e manovrare i pupi e nel dar loro una voce inconfondibile e indimenticabile, per proseguire con la casata degli Insanguine (Michele), che nasce a Bari, ma poi si trapianta in Sicilia. Di tale dinastia va citato Nino Insanguine soprattutto per la sua abilità nel dare ai suoi Pupi una sorta di umanità ed una teatralità degna dei grandi attori. Nel 1921 don Gaetano Napoli, maestro artigiano (siddunaru) con lo spirito dell’impresario, inaugurò il suo primo teatro da dove, con l'aiuto dei propri figli Pippo e Natale, diede inizio ad una tradizione familiare che ancora oggi, con la “Marionettistica dei Fratelli Napoli”, contribuisce fortemente a mantenere viva questa nostra tradizione storica e culturale.

Giuseppe Chiesa (impresario-puparo che iniziò la sua attività con il giovanissimo Angelo Musco animando i Pupi al Teatro Machiavelli), per la sua grande fantasia ed abilità e per avere creato dei propri teatri; i fratelli Nino, Salvatore e Carmelo Laudani (“i scappa pulita”) nel 1930 aprirono un teatro in Via Cesare Abba.

Ed ancora: Alessandro Librizzi "don Liscianniru", con la moglie Marietta Crimi (figlia di Carmelo Crimi) e il figlio Giuseppe, in Paternò, Mariano Pennisi, Don Biagio Mirabella (impresario in Via Abate Ferrara), Don Bastiano Russo (u cassinaru), Turi Faro (u lumaru), Angelino Sapienza, Turi Caltabiano, Antonino Nicotra, Saro Mannino, Vincenzo Sanfilippo (in Biancavilla), Gesualdo e Salvatore Pepe (in Caltagirone).

 

L’opera dei pupi meraviglia ancora noi tutti, la magnificenza delle armature, la vivacità delle vesti e dei pennacchi, i movimenti aggraziati e la varietà degli intrecci delle fantastiche storie cavalleresche e non, il gusto della spettacolarità, le forti emozioni, il romanticismo popolaresco che queste marionette di legno riescono a dare ancora. Ciò oggi si deve ai pochi pupari rimasti, tra cui i Fratelli Napoli, la compagnia di Turi Grasso, l’Associazione “Il Paladino” con Salvo Mangano, la Coop. Emanuele Macrì Srl., la A. C. Primaria Compagnia Pupi Siciliani, la Compagnia di Roccazzella e Amato, la compagnia dei Fratelli Scalia.

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   Iconografia e costruttori di pupi.

I maestri pupari per pubblicizzare le rappresentazioni si servivano di cartelloni ('u cattellu) appositamente dipinti, che venivano esposti fuori del teatro senza alcuna protezione. 

A Palermo si adoperavano dei cartelloni dipinti a tempera su tela larghi m. 2,00 e lunghi 3 o 4 metri, suddivisi a scacchi (come quelli usati dai cantastorie), nei quali erano illustrati i momenti salienti degli episodi, che dovevano essere rappresentati nel corso della settimana; i riquadri variavano da un minimo di sei, per gli avvisi ordinari, ad un massimo di dodici per gli avvenimenti più importanti del ciclo, come per la rappresentazione della Lotta di Roncisvalle.

A Catania, invece, i cartelloni venivano dipinti a tempera su carta da imballaggio di m. 1,50 x 2,00, circa, e proponevano una  scena unica con la quale si reclamizzava proprio la scena madre e centrale dello spettacolo del giorno.

Spesso erano gli stessi pupari che preparavano i cartelloni o facevano ricorso a degli artigiani specializzati. Da notare che questi cartelloni erano tramandati da padre in figlio per cui ogni puparo ne aveva sempre pronti diversi per le varie necessità di scena, anche se in qualche caso bisognava restaurarli.

Dopo il 1950 i cartelli furono dipinti su tela di cotone.  

Tra i maestri di pitturazione dei cartelli si ricordano: Ciccio Vasta e Sebastiano Zappalà, veri capi scuola, Carmelo Chines ("u cuttu"), Francesco Fisichella, Milio Musmeci, Rosario e Natale Napoli, Antonino e Carmelo Laudani, Nino Insanguine, Turi Faro, Salvatore Caltabiano, Agatino Lo Castro, Nunzio Palumbo ….

Per quanto riguarda la costruzione dei pupi, come in precedenza accennato, essa era curata dal puparo e dai suoi familiari. In qualche caso si faceva ricorso ad alcuni maestri, tra i quali: Giuseppe Maglia, Pippino ‘ntisu u Panzuni e Nunzio Buccheri, per le armature; Emilio Musmeci, valente costruttore di armature di Riposto; Turi Faro ('u lumaru), Nino Insanguine, Ciccio Sarpietro ('u cucchiu), Sebastiano Zappalà, Pasqualino Amico, Saro Mannino, Antonio Sapuppo, Pietro Milazzo, e ai giorni nostri Biagio Foti, Fiorenzo Napoli, Vincenzo Farfanti, Francesco Salamanca (in particolare per souvenir), Salvatore Pulvirenti ……

 

 

                            Cartèllu raffigurante la scena “madre” della battaglia di Roncisvalle

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        CHANSON DE GESTE 

A partire dalla fine del secolo XI, in Francia fiorì una vasta produzione poetica.
Nelle raffinate corti provenzali tale poesia fu ispirata al sentimento d’amore (la famosa “poesia cortese”), nella quale si decantano le virtù morali dei classici antichi (tenacia, magnanimità, dominio di sé, temperanza) e le virtù cristiane (difesa della fede, generosità verso il vinto, protezione degli indifesi).
La poesia cortese non è altro che esaltazione dell’amore: tanto più la vita cavalleresca viene affinandosi e ingentilendosi, tanto più viene elaborato e coltivato nell’arte e nella vita un nuovo ideale d’amore, presentato come un superiore principio che educa e affina, e che stimola alla conquista della cortesia, cosicché ideale cortese cavalleresco e ideale amoroso diventano quasi la stessa cosa. L’amore è premio a se stesso: la vera gioia sta nell’intensità del desiderio, prima che nel possesso; ha un elaboratissimo galateo, che riflette quello dell’omaggio feudale (fedeltà assoluta, lealtà piena, saper celare la propria passione agli altri, essere il suo vassallo).
Nel nord della Francia, invece, dopo i primi testi ispirati a biografie e agiografie (vita dei santi, dei beati, ecc.) del X secolo, si sviluppò la cosiddetta “Letteratura cavalleresca”. La produzione di questa letteratura si estrinsecò in poemi epici che narravano avventure e fatti di armi di personaggi storici divenuti in seguito leggendari. Questa poesia, meglio conosciuta con il nome di “Chansons de Geste”, in origine era destinata alla diffusione orale e si propagò grazie a menestrelli, trovatori e cantastorie.





















                
 Dipinto raffigurante la morte di Re Artù 

Di queste gesta ne sono pervenute circa 80 opere, quasi tutte anonime, scritte in strofe di decasillabe (versi di 10 sillabe) e in seguito di dodecasillabe (versi di 12 sillabe), con evidente evoluzione di tale poesia in quanto si passa dall’assonanza alla rima.
Gli argomenti delle Chansons de Geste si possono raggruppare in tre cicli:
- bretone, narra le vicende dei cavalieri di Re Artù e fu detto “Materia di Bretagna”;
- classico, narra gesta leggendarie dell’antichità e fu detto “Materia di Roma”.
- carolingio, (o dei Re di Francia) narra le gesta dei conflitti tra i grandi feudatari, le lotte contro i saraceni e, in particolare e soprattutto, le vicende di Carlo Magno e dei suoi Paladini. Questo filone è definito tradizionalmente come “Materia di Francia”.
La più famosa chanson de geste è la “Chanson de Roland” (Canzone di Orlando) in lingua anglo-normanno, che risale alla fine dell’undicesimo secolo - inizio del dodicesimo, e che è stata attribuita al cantastorie Turoldo, non chiaro se fu l’autore dell’opera oppure semplicemente un copista che scrisse il manoscritto (all’epoca non c’era ancora la coscienza da parte dell’autore dell’opera d’arte).
L’opera si presenta in una rigorosa struttura drammatica, in tre atti ed un epilogo e raggiunse una notorietà incredibile che neppure i secoli riuscirono a scalfire, tanto che in seguito da essa trassero spunti per i propri capolavori i poeti italiani come Luigi Pulci (Il Morgante Maggiore), Matteo Maria Boiardo (Orlando Innamorato), Ludovico Ariosto (Orlando Furioso, I Cinque canti), Torquato Tasso (Il Rinaldo), Vincenzo Brusantini (L’Angelica Innamorata) ed altri autori (Li Reali di Francia, Buovo D’Antona, Uggieri il Danese, La Spagna Historiata, Guerino il Meschino, attribuito ad Andrea di Jacopo da Barberino, ecc.).
I contenuti, anche se per la maggior parte leggendari, si ispirano allo scontro sui Pirenei (Roncisvalle, 778) tra la retroguardia di Carlo Magno con un esercito di contadini baschi (alleati degli Arabi), nel quale perirono numerosi soldati e alcuni nobili tra i quali è citato Hruolandus (Orlando). Il Re, venuto a conoscenza dell’accaduto, ritornò indietro e sconfisse facilmente gli avversari.
I fatti storici vengono quindi rielaborati ed idealizzati per offrire un modello di comportamento per la società francese dell’epoca delle crociate. Sono esaltati nel poema valori quali il coraggio, l’eroismo in guerra, l’amore verso la patria, la lealtà nei confronti del sovrano. Senza contare che viene sottolineata la religiosità dei paladini come valore pregnante e fondamentale: tutte le loro imprese sono effettuate sotto la spinta del motivo religioso. Il racconto è molto semplice ed incentrato sulla netta contrapposizione tra bene e male, cristiani e non cristiani, narra una guerra santa fortemente spettacolarizzata.

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C'era na vota... l'Opira de pupi

'N cartellu ccu na battaglia addisignata
intra a 'n tilaru all'angulu di 'na strada
chiddu era u signali ca dda vicinu
di l'opira de pupi c'era 'n tiatrinu!

Difatti trasennu 'intra a 'sta vanedda
tingiuta di russu c'era 'na purticedda
ccu 'na lampadina di supra addumata
pi fari 'e parrusciani la chiamata!

Comu la sala era china di vecchi e di carusi
ccu sucarri, calia, simensa e li gazzusi
sunava lu tamburinu, la luci s'astutava
e la sirata magica dda intra cuminciava!

'Ntra lu sonu di chitarri e minnulini
traseva Carlu ccu li paladini
e mentri ieva avanti la sirata
la genti era tutta affatturata!

Ma comu Ganu faceva lu tradimentu
la genti chiù non aveva abbentu
trunza, aranci e scappi pronta a tirari
picchi l'avuna piffozza addifittari!

Oh lu gran scantu ca ogni carusu pruvava
quannu Malagigi lu Diavulu chiamava
mentri tuttu lu pubblicu li manu abbatteva,
quannu stragi di saracini Orlandu faceva!

Dopu tri atti l’opra fineva
e mentri ca la genti a casa si nni ieva
di la sirata faceva lu cummentu
si era Orlandu o Rinaldu chiù fotti 'nto cummattimentu!

Ppi setti o ottu misi la storia durava
e lu tiatru ogni sira si inchieva
picchi li storii erunu belli e tanti
e bravu lu parraturi e li so' manianti!

Ma oggi tuttu chistu non c'è chiù, finiu
e l'opira de pupi scumpariu
e 'nta sta Sicilia senza chiù ciauru di aranci e mannarini
mossunu Carlu e tutti i Paladini!

                                                                 Gianni Sineri, 2005

 
 
 
 

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