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ANTICHI MESTIERI (Leggi la nota)

       Indice

 

Ammula fòrfici e cuteddi 

Cuffaru

Lavuraturi

Pircantaturi

Spiculiaturi,  spigularu

 

Camperi

Curdàru

Luppinaru

Pistaturi

Stagnataru o stagninu

 

Cannizzaru

Custureri

Mastru r'ascia

Prefica

Stazzunaru

 

Cappidderi e cuppularu

Cuzzularu

Misteri da petra lavica

Puparu

Umbrillaru o paracquàru

 

Cardaturi

Ddisalòru

Mitituri

Putiaru

Vaccaru

 

Carraduri o carruzzeri

Fasciddaru

'Mpagghiaturi

Ruffianu

Vanniàturi o abbanniàturi

 

Carritteri

Firraru

Niculiziaru

Salaru

Vardaru o siddunaru

 

Cartiddaru o panararu

Fumiraru

Nonareddi

Sapunaru

Vavveri

 

Carvunàru

Gnuri

Ntrizzaturi

Scarparu

Vinnignaturi

 

Ciaramiddaru

Jurnatàru

Picuraru

Scritturàli

Vurdunàru

 

Cicuniaru o virduraru

Lattaru

Piddaru

Siggiaru

Vuttaru o uttaru

 

Crivaru

Lavannara

Pilucchera

Spaccaligna o lignalòru

Zabbarinaru

 

Ammula fòrfici e cuteddi, arrotino, figura tipica che andava in giro con una bicicletta su cui era montata una mola (pietra abrasiva), opportunamente collegata ai pedali mediante una cinghia, che funzionava solo quando la bicicletta era sollevata su un cavalletto in ferro. Sopra la mola vi era collocata una scatola piena di acqua e fornita di un rubinetto. Questo gocciolando continuamente impediva alle lame da affilare di diventare molto calde. I coltelli, le accette, le roncole, le forbici ed altri attrezzi da taglio affidati all’ammula forfici venivano restituiti affilati come rasoi.

Questo lavoro originariamente veniva svolto con un trabiccolo a ruota, molto pesante e ingombrante.

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Camperi, campiere, addetto all’organizzazione e alla guardia dei feudi. Nei feudi di notevoli dimensione vi era il primo campiere, o capo dei campieri, il quale era responsabile della custodia dei magazzini, ed aveva affidata la direzione generale del feudo. Sotto di lui i campieri; che erano i veri  guardiani del latifondo, ma erano pure incaricati della sorveglianza di qualunque lavoro speciale che veniva eseguito sia dai bifolchi, dai giornalieri o dai contadini fittavoli e mezzadri, come pure dell’alta sorveglianza del bestiame, e in genere di curare l’esecuzione di qualunque ordine padronale. Essi andavano sempre armati di fucile, e giravano la tenuta a cavallo. I campieri in Sicilia erano di due tipi: il primo era quello dell’uomo violento, risoluto, dall’aspetto minaccioso e poco rassicurante (probabilmente non in perfetta regola con la giustizia); il secondo più docile e laborioso, dall’aspetto più contadinesco, e che aveva mansioni più strettamente agricole.

Con l'abolizione del latifondismo (1950), scompare la figura del campiere.

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Cannizzaru, trattasi di un ‘ntrizzaturi particolare che costruiva cannizzi, intrecciando le canne opportunamente spaccate. La canna comune (Arundo donax) o canna domestica, è una pianta erbacea perenne e dal fusto lungo, cavo e robusto, viene raccolta nei mesi di gennaio e febbraio, per essere lavorata dopo giugno, ad essiccazione avvenuta. I cannizzi fondamentalmente erano di due dimensioni: il piccolo di m. 1,00 x 2,00, usato per essiccare fichi, pomodori per farne delle conserve o per fare l'estratto; il grande di m.2,50 x 4,00 e più, che ad ultimazione dell’intreccio delle canne veniva avvolto a cilindro per cucire le due estremità, formando così un silos dove conservare grano e altri cereali. Per evitare il contatto con il pavimento, il cannizzu veniva poggiato su una pedana in legno. Il caricamento delle derrate avveniva dall'alto, con l'ausilio di una scaletta. Il prelievo si effettuava da un apposito foro, praticato ad una altezza di 50-60 cm da terra, che veniva otturato con un panno. 

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Cappidderi e cuppularu, costruiva cappelli (cappeddi) e berretti (coppuli), ma, con grande maestria, li riparava, li rivoltava, ridava loro il colore, li puliva. Quindi, oltre che creatore, era anche abile restauratore.

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Cardaturi, colui che carda, che separa col cardo (pettine) la parte più grossa dalla fina di alcune materie, come lino, canapa, lana e simili.  Più specificatamente il cardatore veniva chiamato per sbrogliare i grumi della lana dei materassi. La lana, infeltrita per la costante pressione, perdeva il suo volume e la sua morbidezza originaria. Il cardatore si piazzava con la sua macchina cardatrice (u scardaturi) all'interno del cortile o lungo la strada, apriva il mataràzzo per tirare fuori la lana e farla passare con attenzione dalla macchina. Dopo tale operazione la lana, che si era fatta soffice e sbrogliata dai grumi, veniva rimessa dentro il materasso che veniva ricucito con grossi aghi. Stessa operazione si faceva per i cuscini. 

 Aviri assai lana di cardàri, vale essere in fastidio, in travagli.

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Carraduri o carruzzeri, costruttore di carrozze e carretti. A lui era demandato il compito della scelta del tipo di legno più idoneo per la costruzione delle parti del carretto: 
- noce: per la corona e il mozzo delle ruote, le sponde ed i travetti; 
- frassino: per i pioli; 
- faggio: per le mensole e le stanche (aste); 
- abete: per tutto il resto.

Compito importante del carradore è la ferratura a fuoco della ruota, pratica particolarmente pittoresca.

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Carritteri, chi guida il carro o carretto. Il carrettiere era un trasportatore di merci varie, che andavano dai prodotti stagionali della campagna ai materiali di costruzione, al carbone, al concime. Generalmente il carrettiere lavorava per conto terzi, proprietari terrieri, commercianti e costruttori; raramente lavorava in proprio e cioè comprando e rivendendo egli stesso la merce. I rapporti tra produttori, acquirenti e carrettieri erano spesso curati da un sensale.

I carrettieri in linea di massima erano proprietari del carretto e del cavallo.

La forma di pagamento era quella a viaggio, la retribuzione era pattuita in base al percorso da compiere e al tipo di trasporto. La vita dei carrettieri era 'nca si caminava stratuna stratuna, cioè sempre in cammino per le strade, lungo i percorsi si fermavano no fùnnacu, fondaco, luogo di sosta dove i carrettieri albergavano assieme agli animali e per mangiare "un piattu ri pasta cu l'agghiu e l'ogghiu", pasta con aglio ed olio (chiamata a tutt'oggi alla carrettiera), o "all'asciuttu, pani cù cumpanaggiu", pane con formaggio e olive.

Per dormire ci si sdraiava supra u pagghiarìzzu, sacco pieno di paglia.

Nei fondaci i carrettieri si scambiavano le loro esperienze di vita, si informavano sui prezzi correnti nei vari paesi, ma soprattutto cantavano, sfidandosi a gara a chi sapeva il canto più bello. A Catania molto conosciuto era u funnucu do cuttigghiu rassu.

Ragione di incontro erano poi le fiere di bestiame e le feste religiose dove essi convenivano insieme alle famiglie con cavallo e carretto riccamente bardati. Cacciari a misteri, cioè guidare il cavallo a regola d'arte, è ciò che distingueva un carrettiere vero da chi caccia a fumiraru, come un portatore di letame. L'appartenenza alla loro categoria era avvertita con orgoglio; essi, con il fatto che andavano in giro per la Sicilia, conoscevano molte persone, storie, fatti, notizie, usanze tradizioni, che viaggiavano e si diffondevano con loro, per cui si consideravano profondi conoscitori della vita.

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Cartiddaru o panararu, cestaio, facitor di ceste, panieri e simili, intrecciando verghe di olivo, castagno, vimini, ecc, e liste di canne. Cartedda (corba) era la cesta con manici da potersi trasportare da un luogo all'altro. U cartidduni era una delle ceste più grandi, utilizzata per il trasporto dell’uva dalla vigna al palmeto. Gli attrezzi necessari erano un coltello, un falchetto e un punteruolo, fatto con un pezzo di canna.

Un'attenzione particolare richiedeva il rivestimento delle damigiane per l'olio e il vino, in quanto bisognava rispettare la forma del contenitore e assicurare una certa robustezza, dovendo sostenere un peso che superava i 50 chili.

Intrecciare ('ntrizzari) canne e giunchi rientrava nelle abilità comuni, per cui molti contadini vi si dedicavano nei momenti di calo delle attività agricole; in qualche caso il lavoro poteva essere svolto a pagamento, dedicando qualche rancata (una parte di giornata) a fare alcuni oggetti.

 I contadini dell'area ad ovest dell'Etna, si dedicavano anche alla costruzione dei furrizzi, sgabelli rudimentali realizzati usando tronchi di ferla, ferula (Ferula communis), stante che le scarse condizioni economiche non consentivano l'acquisto di sedie in legno.

Panararu Cufinu Gistra Panaru 'mpagnatu

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Carvunàru, chi preparava il carbone per poi venderlo. Il carbone, usato quale combustibile per cucinare o per riscaldare, poteva essere di diversi tipi: carvùni nommali, carvùneddu tenniru, carvùni (duru) di scoccia ri mennula, carvùni di jnestra (Genista aetnesis), carvuni a pallini (ottenuto da un impasto di polvere di carbone), apprezzato per la sua durata e per il fatto di non scoppiettare e di non fare faiddi, adatto per fucuni di argilla (focolaio mobile) e soprattutto per il ferro da stiro. Operazione preliminare era la raccolta della legna, che veniva accatastata in appositi fossati, in modo da formare una sorta di capanna, e successivamente veniva ricoperta, prima con foglie e poi con terra per ridurre il contatto diretto con l'aria, favorendo la trasformazione della legna in carbone dopo l’accensione del fuoco, effettuata attraverso una piccola fessura (purteddu). Dopo una lenta combustione che durava giorni e giorni, si provvedeva allo spegnimento con l’acqua. Quinsi si procedeva alla selezione, all’insaccamento del carbone e caricamento sul carretto.

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Ciaramiddaru, suonatore di ciaramedda, cornamusa, strumento musicale a fiato, composto di un ùtru (sacca di pelle di capra per la riserva d'aria), a vùsciula (blocco di legno con tre canne, una per dargli fiato e le altre due per suonare). Fondamentalmente l'attività si svolgeva nel periodo natalizio davanti la cona o il presepe, i cui preparativi si facevano coincidere con il giorno dell'Immacolata. I ciaramiddara scendevano numerosi da Maletto, Bronte o Randazzo, con lo strumento stretto su un fianco, ricoperti dalle loro robuste pelli e calzando calosce di gomma, i scarpitti ‘i pilu, per cercare a Catania i clienti (parrusciàni), dove fare le suonate. Ciò avveniva a cominciare dal giorno di Santa Lucia fino alla vigilia di Natale. Per i bambini era una grande festa: dopo avere ascoltato la suonata in casa della "zia" più facoltosa, accompagnavano per lunghi tratti u ciaramiddaru, finché non arrivava il puntuale richiamo delle loro mamme.   

In tempi meno recenti, davanti la cona e i numerosi altarini presenti in diverse strade di Catania, si potevano ascoltare le cantate della Novena, che iniziava il 16 dicembre per finire il 24. Nove erano i giorni della recita per simboleggiare i nove mesi di gestazione della Vergine Maria; nove erano le candele poste sul davanzale dell'altarino da accendere una per ogni giorno di recita; Nonareddi erano chiamati gli incolti suonatori, trasandati e derelitti (meglio conosciuti come l'orbi, in quanto spesso non vedenti), che intonavano nenie dietro compenso di un bicchiere di vino e una manciata di biscotti.

A Catania tale tradizione storico-culturale, è mantenuta in vita, tra gli altri, dall’Associazione Culturale "V. Paternò Tedeschi", che sotto le festività natalizie, portano in giro lo spettacolo de  “La Novena” (regia di Gianni Sineri).

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Cicuniaru o virduraru, raccoglitore di verdure spontanee: ciconia, scalora, vurrànii, caliceddi, sechili sarvàggi, cosci ‘i vecchia, cardedda, finucchieddu rizzu, spàraci, etc, ma anche di carduni, cacucciuliddi spinusi, vaccareddi, crastuni. Non si tratta di un vero mestiere, era (ed è ancora oggi) un espediente per guadagnare di che vivere.

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Conza piatti e lemmi, artigiano che provvedeva alla riparazione dei piatti e lemmi rotti. Gli attrezzi occorrenti per il suo lavoro erano: un trapano a mano fatto di legno, filo di ferro non molto grosso, stucco bianco in polvere; il tutto tenuto in una cassetta di legno che portava sulla spalla e così andava in giro a cercare lavoro. Dopo un attento esame degli oggetti in terracotta da sanare, sulle parti rotte praticava in modo simmetrico dei forellini, dove infilava il filo di ferro, che opportunamente stringeva per fare combaciare le parti rotte. Infine passava una leggera mano di stucco lungo la frattura e sui fili di ferro. E così l'oggetto ritornava a svolgere la sua originaria funzione.

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Crivaru, il costruttore di setacci (crivi). I crivelli erano di diverse grandezze e con maglie di diverse dimensioni a seconda della derrata da ripulire da pagliuzze e “simenzi strani”. Per setacciare la farina si usava il crivu di sita (di fili di seta).


Cuffaru, facitor di bugnole, coffe, contenitori di paglia o foglie di palma selvatica (giummara o curina), per trasporto, per biada o crusca da dare alle cravaccature. In questo caso si legava dai manici alla testa dell'animale, facendo in modo che la bocca arrivasse a circa la metà della stessa coffa.

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Curdàru, di persona che fabbricava le corde, funi, servendosi delle proprie mani e di semplici attrezzi di legno, aiutato da due componenti delle famiglia durante la filatura e di tre nella fase di torcitura. La materia prima era la canapa ed anche l’agave (zammara). L’attività si svolgeva in ampi spazi da permettere di stendere i fili in lunghezza, come ad esempio u Passareddu (oggi Piazza Campo Trincerato), dove operava don Pippinu u curdaru.

"Jiri nnarreri comu lu curdaru", cioè andare indietro, sta ad indicare il modo di muoversi a ritroso del cordaio.

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Custureri, sarto, chi taglia i vestimenti e li cuce. L’arte del confezionamento dei vestiti su misura ha avuto la massima diffusione negli anni ’60, dando origine a dei veri specialisti, quali modisti, bustai, cravattai, camiciai, causunari (chi cuciva i pantaloni) e interessando i ceti alti e medi, con esclusione delle famiglie di basso ceto che provvedevano in proprio al confezionamento dei vestiti, grazie anche alla diffusione delle macchine da cucire (“Singiri”, ad esempio). in ogni cortile c'era sempre qualcuno che faceva da mastra.

Chi faceva ricorso al custureri doveva avere molta pazienza (per la lungaggine). Prima bisognava scegliere il modello, poi la stoffa, il colore, prendere le misure, fare le prime prove con la stoffa 'ngiumata (imbastita), fare le prove a stoffa cucita, e finalmente con la prova finale era solito sentir dire "Stu vistitu ti casca a pinnello", per dire che il lavoro era stato fatto ad arte.

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Cuzzularu, venditore di cozzuli da Playa (telline), pescati nello stesso lembo di mare. Spesso accanto al panaru di cozzuli da Playa, si trovavano altri panara con cozzuli di Missina, rizzi, occhi 'i voi, pateddi ed, infine, u mauru, pescati nelle aree antistante il golfo di Ognina. U mauru era un’erba marina dai lunghi filamenti callosi, citrigni, dall’inconfondibile gusto di mare che, spesso da solo, veniva venduto per le strade e servita in cartocci di carta paglia, con una spruzzatina di succo di limone e una spolverata di sale. Suo habitat naturale era la zona costiera da Ognina a Stazzo, oggi quasi scomparsa, probabilmente a causa dell'inquinamento delle acque.

   

Ddisalòru o disalòro, chi si dedicava alla raccolta della ddisa o disa, tàgghia mànu (ampelodesmo = Ampelodesmos mauritanicus), mietendo con la falce le coriacee e resistenti foglie, della lunghezza di cm. 70-90, scartando quelle più corte, e legandole prima a mazzetti e poi a fasci, con la stessa ddisa. Trattasi di pianta erbacea pluriennale spontanea, a portamento cespuglioso, che cresce in terreni marginali, poveri e rocciosi.
Raccogliere la disa non era un mestiere nobile anche perché rappresentava il simbolo per antonomasia della miseria. Infatti quando veniva meno il lavoro nei campi, la disa rappresentava la principale, se non la sola, fonte di reddito, atta al sostentamento di tante famiglie nei periodi di vera magra.

La ddisa raccolta per le legature in agricoltura (es. tralci delle viti), veniva essiccata e immagazzinata e prima dell'uso si faceva ammorbidire immergendola in acqua per parecchie ore. In questo modo la foglia assumeva la consistenza giusta di morbidezza che ne favoriva l'ottimo impiego nei diversi lavori agricoli. Per la legatura del grano e del fieno, la ddisa veniva opportunamente intrecciata per formare dei legacci abbastanza resistenti, detti liami.

La ddisa veniva utilizzata per la produzione del criniu, usato per l’imbottitura di materassi, cuscini, sedie, ecc.. Le foglie, parzialmente essiccate, venivano immesse nelle "macchine del criniu", per la necessaria sfibratura.

Il criniu, che poteva contenere anche delle foglie di palma nana, è stato definito da molti "la lana dei poveri" e sino agli anni `50 si diceva che avere il letto imbottito con la lana era un lusso riservato ai più abbienti e per le nuove coppie rappresentava un innalzamento di livello sociale.

Il pagghiarizzu spesso era uno strato di criniu sparso su una tavola adeguata, coperto in genere da un sacco di tela che meglio delle lenzuola e altre stoffe riusciva ad attutire il leggero fastidio iniziale della fibra rigida.

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Fasciddaru, colui che realizzava le fascedde (fiscelle), cestini, ecc. utilizzando u juncu, il giunco (Juncus effusus). La materia prima, raccolta lungo i margini di fiumi o in terreni umidi, veniva fatto essiccare e poi lavorato ad intreccio per formare fascedde, contenitori per ricotta (due chili circa), o cannistri, contenitori per formaggio (‘ncannistratu), ecc.

Giunco (juncu) Fascedda Cannistru

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Firraru, fabbro, (mastru per eccellenza), chi principalmente forgiava i ferri per gli zoccoli dei cavalli, dei muli e degli asini. Il fabbro batteva il ferro arroventato sull’incudine in modo quasi ritmato e meccanico. Il ferro rovente perdeva la sua durezza e sotto i colpi del martello si poteva modellare, per creare ferri di cavallo ed anche arnesi e utensili per i lavori di campagna: zappe, falci, ecc., fino ad arrivare agli arabeschi per carretti, inferriate e cancelli. Erano in pochi ad occuparsi solo di ferratura e medicazione di cavalli (maniscàlcu). Al ferraio si rivolgevano non solo i contadini, i pastori o le massaie, ma anche gli altri artigiani per completare le loro opere o per la manutenzione dei loro strumenti di lavoro.

Un particolare tipi di fabbro era 'u ramaturi, che si faceva carico di  preparare le boccole, 'i vìsciuli, che sono delle scatole metalliche a forma di tronco di cono, che vanno incastrate nei mozzi delle ruote, realizzate con una lega speciale, composta da 78 parti di rame e 22 di stagno.

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Fumiraru, raccoglitore di fumeri, concime stallatico. I “fumirara” oltre al letame dalle stalle raccoglievano tutti i rifiuti organici dagli stabilimenti, dalle botteghe e per le strade. Il tutto veniva mescolato e venduto per la concimazione dei terreni agricoli, divenendo fonte di reddito per quelle famiglie che da questo traevano sostentamento.

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Gnuri, cocchiere, il conduttore di carrozze, che svolgeva il servizio di trasporto urbano delle persone. Era una attività piuttosto modesta, anche perchè si preferiva viaggiare a piedi.

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Jurnatàru, chi lavorava a giornata, travagghiari a jurnata, essere pagato per ogni giorno di lavoro. U jurnatàru ( bracciante) era pronto ad ogni chiamata e a recarsi in qualunque posto, con mezzo proprio e dotato dei necessari attrezzi di lavoro: falce, zappa, pala, forbici, ecc. Lavorava a giornate per un numero di ore imprecisato, mai inferiore ad otto; espletava ogni sorta di attività connessa alle diverse colture agricole. Il lavoro era duro, lungo e faticoso, fatta eccezione di brevi pause per mangiare, un pezzo di pane (menza vastedda) con un pomodoro, o una cipolla, o un uovo sodo, o un po’ di verdure cotte la sera avanti e bere un po' d'acqua e qualche bicchiere di vino. Il tutto portato da casa dentro u tascapani o sacchina (borsa di tela o di paglia). Anche se la fatica era quasi disumana, specialmente d'estate, il compenso era modesto; purtroppo i braccianti non potevano reclamare, altrimenti non si sarebbe presentata una nuova "chiamata al lavoro". I più fortunati riuscivano a trovare dei lavori stagionali presso qualche grosso proprietario terriero. Quando si doveva effettuare la mietitura del frumento, lo sfalcio dell’erba, la raccolta delle olive, zappature della vigna, raccolta dell’uva, ed altri lavori per i quali era necessario un certo numero di persone, la selezione (scelta) si faceva la domenica mattina in Piazza Palestro (Furtinu), che rappresentava una sorta di ufficio di collocamento a chiamata diretta. Il "padrone", accompagnato dal massaru, dopo aver fatto un giro di ricognizione, si avvicinava al prescelto e guardandolo negli occhi, gli diceva “Tu cala.”, oppure gli toccava la punta della scarpa con la propria; l'operazione si ripeteva fino al conseguimento del necessario numero di operai. I dettagli "contrattuali", erano affidati al massaru. Talvolta l'operazione veniva eseguita dal capu chiurma o dal capurali.

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Lattaru, allevatore di pecore o capre, che provvede alla mungitura e alla distribuzione del latte di primo mattino. A quell’ora passava la vecchia o la giovanissima pastora che, con le sue caprette al seguito, portava il latte di casa in casa, dove ci si apprestava a fare colazione: La massaia usciva sull’uscio, oppure calava u panaru, con una bottiglia, una ciotola o lo stesso pentolino che avrebbe messo sul fuoco a bollire e assisteva la pastora che “mungeva” la sua capretta, che belava infastidita dalle frequenti palpazioni. Questi pastori non provenivano da lontano; nello stesso quartiere, in delle vie o dei cortili interni, attaccate alle case di “civile abitazione”, vi erano le stalle con le caprette, le pecorelle ed anche le mucche. I pastori con le bestiole più piccole andavano per le case a distribuire il latte, chi aveva le mucche lo distribuiva in stalla, per cui bisognava andare attrezzati di bottiglia per attingere il latte fumante dai classici bidoni di alluminio.

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Lavannara, lavandaia, donna che lavava la biancheria degli altri. Di tale servizio ne usufruivano le famiglie benestanti che potevano permettersi di pagare, ma anche le famiglie meno agiate in caso di malattie o di impossibilità a lavarsi i panni. Di solito il lavoro veniva svolto da vedove o donne che non avevano da che vivere. Il lavoro veniva eseguito lungo i corsi d'acqua, nei lavatoi pubblici ed anche nelle fontane.

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Lavuraturi, aratore, colui che arava il terreno usando l'aratro. Il lavoro veniva eseguito da chi sapeva cacciare le bestie (muli, asini, buoi), che  non sempre erano di proprietà dello stesso lavuraturi. In campagna si arrivava all'alba, si scendeva l'aratro dal carretto e si spaiva, quindi si attaccava l'aratu alla bestia, e si dava inizio alla lunga giornata di lavoro. Ordinariamente si utilizzava il mulo. A Catania si ricorda che solo Pippinu 'u codici, utilizzava la mucca, molto lenta nel camminare, per cui era costretto a partire prima da casa e tornare più tardi, rispetto ad altri che avevano un equino.

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Luppinaru, venditore di luppini (lupini = Lupinus spp.). Munito di bicicletta sulla quale vi caricava du panara ri luppini, che vendeva co coppu (involucro) fatto di carta paglia (che era usata per avvolgere la pasta quando si comprava a ròtulu). Ordinariamente si sentiva vanniari (pubblicizzare a gran voce) dopo pranzo del sabato o della domenica; era solito anche piazzarsi vicino na putia, dove il cliente poteva prendere anche un bicchiere di vino.

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Mastru r'ascia, generica indicazione di chi lavorava il legno per produrre utensili, attrezzi, mezzi di trasporto, giocattoli, mobili, aratri, torchi, botti, carretti, ecc., dando origine alle rispettive specializzazioni. Abilità del mastro d’ascia era la capacità di identificare ciascun tipo di legno basandosi sul colore, sul profumo delle resine, sulle geometria delle venature, sulla durezza e su altri dettagli legati alla personale esperienza.

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 Mitituri, mietitore, colui che svolgeva il lavoro di raccolta del grano, orzo, avena ed anche dell’erba per fare il fieno.

I mitituri, muniti di fauci, di fauddàli o pitturali (grembiule di olona per mietitori), di manichedda (bracciolo o manicotto di cuoio od olona, per coprire l'avambraccio sinistro) e di cannèddi (ditali di canna per proteggere le dita: mignolo, anulare e medio, per proteggerli dalla lama della falce), effettuavano il taglio del grano lasciandolo sul terreno a mannelli o mazzetti (jermiti o manata, cioè quanto ne può contenere una mano), opportunamente legati con 4-5 steli dello stesso grano.

Seguiva u lijaturi (legatore) che, dotato di ancìnu e anginedda, provvedeva a riunire 7-9 mannelli (jermiti) per legarli insieme a formare na gregna (covone), usando la liami (una sorta di cordicella vegetale realizzata con l'intreccio delle foglie di ddisa o tàgghia mànu, ampelodesmo = Ampelodesmos mauritanicus; la raccolta delle foglie veniva fatta dal disaloru, stagionalmente od occasionalmente).

Le gregne venivano sistemate a tre a tre, alla distanza di un metro, a formare 'a murrata, in posizione verticale, con le spighe rivolte in alto, per favorire l'essiccazione delle spighe e per evitare l'eventuale contatto col terreno in caso di pioggia). Dopo un paio di giorni, le gregne venivano legate sul dorso del mulo (tre per lato), per essere trasportate (stravulijate) nell'aia ('nta l'àrija). Quì si ponevano l'uno sull'altro a formare 'u mazzu (n. 20 gregne) o na timugna (n. 100 gregne), in attesa della trebbiatura.

La mietitura spesso veniva effettuata lontano da casa, nelle zone cerealicole dell’entroterra siciliano, quindi con impossibilità di effettuare il rientro. Era un lavoro faticoso, anche perché bisognava “sapiri stari all’àntu”, ossia bisognava tenere il ritmo di lavoro degli altri mietitori, tutti sorvegliati a vista dal massaru o dal camperi. Oltre la quantità del lavoro (mietitura di una fascia di circa 3 metri), veniva controllata anche la qualità, ossia che non restassero spighe a mietere. In questi casi si metteva in atto il vecchio detto: "Spica ca' no pò metiri scianchila" = "Spiga che non puoi mietere calpestala".

Ai mietitori, oltre alla paga giornaliera, spesso veniva dato del vinello (o vino misto ad acqua) che veniva messo in un contenitore in legno detto carratedduzzu, (piccolo carrateddu) di litri 1,5.

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'Mpagghiaturi o 'mpagghiaseggi, chi impagliava le sedie, ma anche cestini ed altri oggetti. Spesso, lo stesso andava a raccogliere le foglie di erba sala o stiancia o mazzasorda, con le quali, dopo essiccazione al sole, si tesseva il fondo della sedia. Trattasi principalmente do junciu moddu cu mazzaredda 'mpunta (Typha angustifolia, T. latifolia), un'erba acquatica che cresce spontaneamente nei terreni umidi. A Catania per tali lavori ('ntramàri i seggi) si preferiva la zammara, spago ottenuto con fibre di Agave americana, detta appunto zammara.

'U junciu moddu veniva usato anche pri 'mpagnari cufina e panara, opportunamente rifiniti con tela di juta. Ciò per evitare che le bucce dei prodotti agricoli messi negli stessi contenitori venissero danneggiate dalle parti spigolose delle liste di canne con le quali erano realizzati.

Per l'imbottitura delle sedie si usava soprattutto il criniu, foglie di disa (Ampelodesmos mauritanicus) o foglie di palma nana, opportunamente lavorate con apposite macchine ("fabrica del criniu")

U 'mpagnaseggi girava per tutto il paese a piedi, con la cassetta a tracolla, piena di giunchi di diversi colori o zammara e con i necessari attrezzi. Quando era chiamato per la sistemazione delle sedie, svolgeva il suo lavoro in silenzio e con molta calma, anche perché, oltre alla capacità, doveva avere una buona dose di fantasia.

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Niculiziaru, colui che andava a raccogliere radici di liquirizia (Glycyrrhiza glabra, pianta erbacea perenne). La raccolta si effettuava in diverse aree della Piana di Catania, dove cresceva e cresce ancora in modo spontaneo, come erba infestante. Era necessaria una zappa ri rarica, dalle dimensiono minime di cm. 16-18 di larghezza,  cm. 30-35 di altezza e dal peso di oltre 2 Kg. Un capace niculiziaru riusciva a scavare fino a 40 Kg di rarica al giorno.

Le radici raccolte venivano legate a fasci, per essere trasportate, in bicicletta, a casa. Nei giorni seguenti le donne ripulivano le radici, spellando la corteggia con un coltello e le mettevano ad asciugare al sole, per poi consegnarle alla “fabbrica da niculizia”, dove si procedeva  all'estrazione del succo.

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Ntrizzaturi, persona che realizzava oggetti di uso quotidiano intrecciando le foglie secche di palma nana (Chamaerops humilis) ed anche di altre piante. Occorrevano degli attrezzi semplici di uso comune: forbici, aghi e filo, e qualche pezzetto di stoffa colorata o qualche sonaglio per le decorazioni. Gli oggetti realizzati con l'intreccio di "curina" erano: cappelli a larghe tese, che i contadini usavano per ripararsi dal sole estivo, borse, cestini, coffe (borse tipiche con due manici di cordicella ai due lati, usate sia dai contadini che dai pescatori per trasportare il cibo della giornata, o dalle massaie per fare la spesa al mercato, per dare la biada ai cavalli), i tipici ventagli di forma circolare detti "muscalori", da mosca, che venivano usati dai macellai e pescivendoli per allontanare le mosche che numerose si poggiavano sugli alimenti in vendita; ma soprattutto usati per ravvivare la fiamma de' fuculara. Con le foglie più dure e larghe (scupazzu), si realizzavano le scope.

Un particolare tipo di 'ntrizzaturi era u zimmilàru che realizzava grossi contenitori (grandi visazze = bisacce), detti appunto zimmili, da sistemare in coppia sui fianchi dell'animale da soma, per trasportare oggetti e prodotti agricoli vari. U zimmilàru realizzava anche delle stuoie per diversi usi. Con le foglie cardate si otteneva il crine (u crinu), un materiale soffice e resistente, utilizzato per riempire materassi e cuscini e per imbottire divani, sedie e finimenti per cavalli.

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Picuraru, pecorajo, guardiano delle pecore, più in generale di persona dedicata all'allevamento degli ovini, che si occupava dell'alimentazione, pulizia, mungitura e cottura del latte per la produzione di ricotta e formaggi. In maniera riduttiva, si indica la persona chiamata a sorvegliare le pecore durante le fasi di accompagnamento al pascolo e relativo rientro all'ovile (mànnara). Questo lavoro spesso veniva affidato ai ragazzi.
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Piddaru, conciapelle, persona che si dedicava alla concia delle pelli, utilizzando il tannino che si estraeva dalle foglie e dalla corteccia del sommacco (Rhus coriaria). I locali dovevano disporre di una grande quantità di acqua e di un certo numero di vasche per effettuare i vari passaggi delle pelli. Chi lavorava nella conceria era costretto a stare per tutto il giorno inzuppato d'acqua, esponendosi ad ogni sorta di malanno e a svolgere il proprio lavoro in un ambiente malsano e maleodorante. 

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Pilucchera, che pettinava, con particolare maestria, le donne che si affidavano alle sue cure. Lavoro addirittura faticoso se si pensa alla capigliatura abbondante, alle trecce che poi venivano raccolte nel famoso tuppu. Girando casa per casa, la pilucchera cercava di non fare annoiare le clienti, raccontando, i fatti appresi in altre case, specie se piccanti, per cui la pilucchera era considerata la pettegola del quartiere, per antonomasia. 
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Pircantaturi o procacciaturi ri debiti, non era un vero mestiere, si indicava una persona a cui si affidava il compito di piazzarsi nei pressi di una casa per costringere, con la sua insistente permanenza, il suo inquilino a restituire un bene o estinguere un debito alla persona (creditore) che lo aveva incaricato di questa curiosa incombenza. Il debitore per evitare di essere indicato come cattivo pagatore, si premurava a restituire quanto dovuto.

Oggi si può definire quale addetto al recupero crediti, atteso che comunque sono cambiate le modalità di svolgimento di un tale lavoro.

 

Pistaturi, operai che pestavano l'uva a piedi nudi o calzando pesanti scarponi. I pistaturi, con piccoli passi ritmati e le mani dietro la schiena, effettuavano una sorta di girotondo, cantando delle canzoni popolari tipiche vendemmiali. In questa fase, per aiutarsi a pressare ulteriormente i grappoli, veniva utilizzato il cosiddetto sceccu (asino): una specie di ruota di 1,50-2,00 metri di diametro, costruita con rami intrecciati di salice, su cui più persone salivano sopra contemporaneamente dopo essersi disposti in cerchio attorno ad esso. I pistaturi, con la faccia rivolta verso lo sceccu e con le braccia poste ognuno sulle spalle dell’altro, iniziavano a salire sullo sceccu ponendo un solo piede sullo stesso, mentre l’altro rimaneva ben fermo sulla pista. Ad un certo punto uno di essi (di solito u mastru di pala) dava il comando ed i pistaturi saltavano contemporaneamente sullo sceccu e, flettendo ed estendendo le ginocchia, pressavano ulteriormente i chicchi d'uva che erano rimasti attaccati ai grappoli.

 

Prefica, più comunemente usato al plurale prèfichi, piagnone, per indicare un gruppo di donne che svolgevano il curioso compito di piangere e strapparsi i capelli durante la veglia e il funerale di un defunto, regolarmente pagate dai parenti, che sebbene affranti dal dolore, si servivano di esse per dare più tristezza e costernazione alla dolorosa dipartita del caro congiunto.

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Puparu, chi muove i pupi, oppure proprietario di un teatro di pupi. Il puparo era l'artista-artigiano, vero fulcro dell'Opra de' Pupi. Alle sue dipendenze lavoravano almeno due aiutanti-apprendisti e richiedeva la collaborazione del fabbro-ferraio (per la realizzazione delle armature dei pupi), del pittore (per la realizzazione dei cartelloni e per la decorazione del teatro) e dello scrittore di dispense (da cui trarre i copioni). Spesso i componenti della famiglia aiutavano il puparo nello svolgimento del suo "mestiere", che nel tempo si era dovuto fare carico anche di dette competenze.

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Putiaru, il gestore della putia (bottega) dove si svolgeva una attività o si vendeva della merce, più specificatamente dove si poteva gustare il quartino di vino, rosso o bianco (ca cazzusa o senza), 'u bicchireddu di zìbibbu o marsala, e soprattutto si poteva mangiare il piatto di liumi (legumi: ciciri, triaca, linticchia o favi), cu l'ogghiù bonu e pani ri vastedda. E, solo in alcuni giorni della settimana, si poteva mangiare un buon piatto di quarumi (caldume, pietanza calda), oppure di mussi (guanciali) e carcagnola (nervi e tendini di bovino), il tutto opportunamente pulito e bollito, accompagnato da cipolla, sale, pepe, nelle più svariate combinazioni.

Nella stessa putia i quattru (e più) cumpari si riunivano per fare la giocata a patruni e sutta ('u toccu)..

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Ruffianu, chi fa da intermediario per favorire i rapporti amorosi degli altri. U ruffianu, grazie al suo accattivante modo di fare, era capace di entrare nelle grazie di una donna o di un uomo, ponendosi da intermediario al fine di far scaturire un fidanzamento e perfino un matrimonio, divenendo così un paraninfu, cioè un combinatore di matrimoni.

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Salaru, chi vendeva il sale trasportato su carro o carramattu, arnese a quattro ruote, di cui le due anteriori, direzionali, sono collegate a due aste per il traino con mulo o cavallo). Il sale veniva riposto in cumuli sul piano di carico. Il salaru andava in giro abbanniannu: "Aiu u' sali. Sali finu e sali rossu", con gli occhi rivolti verso il cielo per evitare che qualche acquazzone non sciogliesse il suo prezioso carico.

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Sapunaru, chi produce il sapone ed anche leva macchi, varichina, ecc. detersivi per la pulizia della casa e della persona. Il sistema di fabbricare il sapone consisteva nell'utilizzare la morchia "muria" (residuo dell'olio d'oliva) e in qualche caso anche dell’olio andato a male. Al tutto si aggiungevano dei materiali potassici (cenere), per fare avvenire l'idrolisi alcalina degli acidi grassi, e si portava ad ebollizione per diverse ore, mescolando opportunamente. Dopo il raffreddamento, il sapone che si veniva a formare, si raccoglieva in apposite forme per essere essiccato e poi venduto.

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Scarparu, calzolaio, colui che costruiva scarpe su misura che non si dovevano distrùdiri mai. La qualità delle scarpe era legata  alla flessibilità, leggerezza e cuciture a mano. La durata era legata all’abilità nel riparare le scarpe, risuolatura, mettere i sopratacchi e ricucire le parti che si andavano squarciando. Gli attrezzi usati erano: delle forme in ferro e in legno di varia dimensione che servivano per inserirci le scarpe, un caratteristico ed affilatissimo coltello "u trincettu", il martello dalla forma caratteristica, tenaglia, lesina, raspa, spago, aghi, colla, cera, pece, vetro per levigare le suole, e tutta una serie di piccoli chiodi "a siminzedda", il tutto sparso su un basso tavolo da lavoro,’a vanchitta. Spesso l'interessato si toglieva in bottega la scarpa da riparare, aspettando il completamento del lavoro di riparazione, anche perché non si possedeva un altro paio di scarpe di ricambio.

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Scritturàli, scrivano, o meglio colui che tiene in ordine i conti dei mercatanti. Trattasi di una figura che, a mo' di spurugghia facenni, si collocava con un proprio banchetto e alcuni fogli prestampati, nell'ingresso di uffici pubblici (anagrafe, prefettura, distretto militare, Camere di commercio, Inps, Cassa malatia, ecc.) per compilare le istanze e i modelli vari occorrenti per la richiesta di certificati, licenze, autorizzazioni. La prestazione non aveva un tariffario: "zoccu mi voli rari mi runa".

Allo scritturali ci si rivolgeva per leggere una comunicazione dagli uffici pubblici o una lettera da parenti lontani, più comunemente dal figlio soldato, e quindi anche per scrivere le eventuali risposte. Va ricordato che, dopo la prima guerra mondiale, l'analfabetismo in Sicilia superava il 40% della popolazione.  

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Siggiaru, artigiano che provvedeva alla sistemazione delle sedie. Il lavoro di costruzione veniva effettuato in laboratorio. Il lavoro di sistemazione si eseguiva presso il domicilio del cliente: ‘u siggiaru andava in giro dotato della propria cassetta dei ferri (con dentro vari tipi di spago e paglia, martello, chiodi, raspa e colla) e bbanniannu si cercava i clienti (“U siggiaru passa... Cu s’abbissari i seggi”).

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Spaccaligna o lignalòru, chi raccoglieva e vendeva legna da ardere. Tronchi e grossi rami venivano tagliati, spaccati e fatti essiccare, per essere poi consegnati alle calcare (fornaci), ai panettieri, e quanti ne facevano richiesta.

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Spiculiaturi, spigularu o spicularu, era colui che, dopo la mietitura del grano, raccoglieva le spighe che rimanevano sul terreno. Non era un vero mestiere, si trattava di una sorta di faticosa attività alla quale diversi lavoratori vi dedicavano alcune giornate l'anno, percorrendo avvolte lunghe distanze da casa, pur di assicurare un pezzo di pane alla famiglia. Mio padre, che da giovane di mestiere faceva 'u iurnataru, da Catania è arrivato fino ad Aidone, con una biciclette a copertoni rigidi (prive di camera d’aria). Le spighe raccolte venivano mazziate dalle donne di casa per separare la granella dalla paglia e pula (spagghiari). Si costituiva così una scorta di grano, che all’occorrenza, sapientemente razionato, veniva portato al mulino per essere macinato e quindi  fari na ‘mpastàta ri pani.

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Stagnataru e stagninu, il suo lavoro consisteva nel fondere lo stagno e fare le saldature per aggiustari i vari tipi di recipienti di rame, pentole, padelle, pentoloni, quarare. La stagnatura, necessaria per evitare la tossicità del rame a contatto con gli alimenti, veniva effettuata in laboratorio, mentre le riparazioni si effettuavano lungo le strade, anche perché spesso non si aveva la disponibilità di altre pentole o padelle. Era compito dello stagninu realizzare ogni sorta di  utensile per cucina, brocche, teglie, bracieri, grondaie, ecc. partendo dai fogli di rame rosso o da lamiera zincata. Sul foglio di lamiera si applicavano le forme per ottenere l'oggetto desiderato e con un bulino si disegnavano i contorni; poi con una cesoia si ritagliava, si piegava, si modellava, e si saldava. Prima ancora di attaccare il manico agli utinsili, si martellava tutto per eliminare quelle forme lisce o lucenti e dare così maggior resistenza.

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Stazzunaru, chi faceva vasi di argilla, e produceva ogni sorta di laterizio come madduni (mattoni), canali (tegole siciliane), e quatretti (piastrelle) e altri oggetti di uso comune quali tiani (tegami), rasti (vasi), quartari, bummuli e fucuni, dei quali materia prima era la creta, che, asciugata al sole, veniva cotta nella carcara (fornace). La cottura era una operazione molto delicata, che richiedeva una specifica professionalità (carcaràru).

Trattasi di uno dei mestieri più antichi, in quanto risale ad oltre 20 secoli prima di Cristo.

Con l’avvento dell’industria dei manufatti dell’edilizia e dell’utensileria per cucina, ha perso quasi totalmente la sua importanza, restando in vita solo quella parte riservata alla lavorazione della ceramica, alla quale si rimanda. 

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Umbrillaru o paracquàru, ombrellaio, artigiano che riparava ombrelli (umbrèlla). Andava in giro con una cassettina con fili di ferro, aghi, filo e spago di diverse misure, pinze, tenaglie e pezze di stoffa. L'umbrillaru, quasi sempre malvestito, si occupava della sostituzione di bacchette, manici e anche per effettuare rattoppi.

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Vaccaru, colui che si dedica all'allevamento delle vacche, avendo cura dell'alimentazione, della pulizia e della mungitura.

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Vanniàturi o abbanniàturi, banditore o strillatore, colui che, a viva voce suadente (e talvolta stridente), accompagnato spesso da un tamburo o da una tromba, da ogni angolo di strada richiamava l’attenzione dei passanti e dei residenti, per dare comunicazione di una ordinanza, di un fatto, di uno spettacolo, di un evento. Dopo il rullo di tamburo o il suono della tromba, spesso iniziava la vanniata con le parole “Sintiti, sintiti, sintiti.. Pri ordini do'  nostru Sinnacu ....

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Vardaru, varnamintàru o siddunaru, facitor di basti (sidduni), selle e ornamenti vari per equini. Ogni elemento veniva realizzato "su misura", con idonee imbottiture e cinghie, pettorali e incollature in cuoio per proteggere l'animale e per sfruttare al meglio la sua forza di traino.Di tali lavori si occupava il varnamintàru, mentre il siddunaru  si occupava dell'abbellimento del basto.

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Vavveri, barbiere, chi oltre a fare tagli di capelli e radere barbe, ha collaborato, nei tempi, con il chirurgo per asportare arti, per incidere cravùnchi, per asportare denti, ma riusciva anche a farsi carico di applicare “sagnette” (sanguisughe) su chi aveva necessità di un salutare salasso a scopo terapeutico, divenendo così operatore sanitario.

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Vinnignaturi, raccoglitore di uva per fare il vino. La bravura stava nella capacità di tagliare i grappoli con sollecitudine, in modo da tenere il passo con i compagni di lavoro (tirarisi u so’ filagnu), ma soprattutto nell’evitare di far cadere chicchi d’uva a terra (no facemu coccia). Al padrone o al càpu chiùrma il compito di controllare. L'uva raccolta veniva messa  in delle ceste (cannistri, coffe o cufini), costruite con canne intrecciate e verghe di castagno, che, allorché riempite venivano trasportati a spalla dai caricaturi sino al palmento. La cannistra pi cogghiri 'a racina aveva le seguenti dimensioni medie: altezza cm.40, diametro di base cm. 35, diametro in alto cm. 48; il fondo era foderato con sacco telato impermeabile.

In mancanza dei caricatùri, il compito di trasportare l'uva al palmento spettava ai vinnignaturi.

La vendemmia era una operazione piuttosto complessa (che si concludeva con la consegna del mosto), per la quale intervenivano diverse figure professionali.

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Vurdunàru, mulattiere, persona che guida i muli o cavalli, per il trasporto di merci e prodotti agricoli a media distanza. Spesso u vardunaru conduceva na retina di muli (un gruppo di sette muli), legati in fila uno con l’altro. Egli, come “capu retina” cavalcava la prima mula, che doveva avere un carattere più mite e di struttura robusta, poiché doveva portare sulla groppa anche della mercanzia.

Mulattera era la strada a fondo naturale percorribile solo con le bestie, ma anche con “lu strascinu o straula”(la treggia), antica forma di carro senza ruote, tirato da buoi o muli e usato principalmente per il trasporto dei covoni di grano.

 Spesso le mulattiere seguivano il tracciato delle trazzere, che rappresentavano l’insieme delle vecchie vie di comunicazione regionali, di cui alcune sono di origine romana (strade consolari, tractoriae). Trattasi di strade a fondo naturale, della larghezza di m.37,68, pari a 18 canne e 2 palmi (1 canna = 8 palmi = 2,0648 m.), destinate, prevalentemente, al trasferimento degli animali da pascolo (transumanza delle greggi). Esse, fino alla fine del 19° secolo, rappresentavano quasi esclusivamente le uniche vie di comunicazione "pubbliche".

A tal proposito va ricordato che il Senatore Domenico Bonaccorsi di Casalotto principe di Reburdone, Presidente dell’Amministrazione provinciale di Catania dal 1872 al 1895, il 19/12/1886 inaugurò il primo ponte in ferro sul fiume Simeto, in corrispondenza della contrada “Primosole”. Fino ad allora i carrettieri e i viaggiatori attraversavano il fiume a guado, con carri o cavalcature, o su delle chiatte (giarrette). 

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Vuttaru o uttaru, colui che costruisce le botti per il vino. Era considerato uno dei mestieri più difficili. Il lavoro interamente fatto a mano, consisteva nel sistemare dei listelli di legno (doghe) di castagno o rovere (per le botti che dovevano contenere vini pregiati o liquorisi), di diverse dimensioni, in funzione della grandezza della botte che si doveva costruire. La doga era normalmente più larga nella parte centrale e più stretta alle estremità. Dapprima le doghe perfettamente piallate, venivano sistemate in modo da formare un cerchio, al cui interno c'era un fornello per alimentare una fiamma. Il numero delle doghe variava in funzione della capienza della costruenda botte; il fornello centrale serviva per fare quel vapore necessario a rendere il legno più duttile ed elastico alla lavorazione e facilitare la necessaria curvatura delle doghe, ed anche per liberare il tannino dal legno, sostanza che passa facilmente nel vino e lo rende tossico. Nel contempo si preparavano i due coperchi (timpagni). Quindi, con l’aiuto di altro personale si procedeva alla chiusura della botte unendo tutte le doghe con i coperchi che venivano stretti tra loro mediante sei cerchi in ferro. Infine, l'arte magica del bottaio era ed è, per quei pochi artigiani rimasti, quella di far aderire le doghe l'una all'altra, tenerle con i cerchi metallici che venivano poste naturalmente all'esterno aiutandosi con uno speciale attrezzo a forma di scalpello smussato con un lungo manico che si colpiva con un martello. Tutto questo veniva fatto senza l'uso di collanti, con cura e professionalità per realizzare dei contenitori che non facevano perdere il liquido contenuto.

 

Zabbarinaru o zammarinaru, colui che si dedica alla lavorazione delle foglie dell'agave (zabbara o zammara) per la realizzazione di spago, corde, di buona resistenza alla trazione. Le foglie, essiccate al sole, vengono sottoposte a successive azioni di scavezzatura, di battitura, per allontanare la polpa e la parte legnosa, di raspatura lungo i filamenti (per staccarli ed isolarli) e di spazzolatura. Quindi si procede alla filatura.

 

 
Nota. Questa sezione è dedicata a tutti quelli che, come mio padre, di “mestiere” facevano i jurnatari, cioè non avevano un vero mestiere. Erano tutti quelli che, prima e dopo delle guerre 1935-1945 (durate per mio padre 7 lunghi anni, di cui 2 in Africa), si dedicavano con amore a qualsiasi tipo di lavoro, nell’intento di dare da che vivere alla propria famiglia, nella più assoluta modestia e semplicità. Di lui mi resta proprio questo grande insegnamento, e non solo.   


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